mercoledì 9 luglio 2014

la leggenda delle streghe di Benevento



Se è vero che per rintracciare le origini della leggenda delle Streghe bisogna risalire all’antichità sannitica ed a quella romana, quando, nel IV secolo avanti Cristo gli antichi coloni Lidi della Magna Grecia trapiantarono nel Sannio il culto orgiastico di Cibele e quando poi Ovidio cantò le orrende strigi bramose di sangue infantile, e pur vero che la saga – nota già nel XIII secolo – si diffuse rapidamente in Italia ed in Europa nel 1600, allorchè in Benevento, vero luogo di origine della tradizione, fervevano su di essa dotte dispute.

Se altre città, infatti, trassero dalle Streghe una fama spesso triste, Benevento più che di malefici e di relativi mostruosi processi, vanta il primato di una leggenda suggestiva che, lì nata, ha ispirato nei secoli poeti ed artisti.
E nacque quando la credenza dell’esistenza delle Streghe si fuse con gli echi dei misteriosi riti orgiastici dei Longobardi che a Benevento avevano fatto la capitale del loro vasto ducato meridionale. In quel lontano secolo VII, nostalgicamente fedeli alle tradizioni nazionali, nella nuova terra felice che li aveva accolti e che poi doveva assorbirli con la loro conversione al cattolicesimo e con l’adesione alla superstite civiltà romana, essi praticarono il culto di Wothan, il padre degli Dei.

Si riunivano così, fuori delle mura della città, intorno ad un albero sacro cui sospendevano una pelle di caprone e, tra una corsa sfrenata e l’altra, la colpivano con le frecce e ne mangiavano un pezzetto. I beneventani guardavano atterriti e pavidi e ai loro occhi di cattolici il rito parve demoniaco, mentre le descrizioni che ne facevano lo trasformavano sempre più e lo portavano lentamente nel campo del meraviglioso.

Così anche quando l’usanza di queste cerimonie finì per la conversione del Duca Romualdo II e della sua gente, che, temendo di non poter resistere all’imperatore bizantino Costante II, promise al vescovo San Barbato abiura delle pratiche idolatre in cambio della salvezza che miracolosamente si ebbe, anche quando il noce demoniaco, perciò, fu abbattuto, le voci di fatti misteriosi continuarono a circolare. Ed allora la leggenda era già formata, che ai guerrieri si erano sostituite donne malefiche danzanti freneticamente intorno all’albero, agli urli di guerra era succeduto il frastuono scomposto dell’orgia, cui partecipava addirittura il diavolo in sembianze di caprone, e invece del frammento di pelle inghiottito c’era addirittura il banchetto.

E quando i longobardi, amalgamatisi col popolo vinto, accrebbero lo splendore di Benevento, favorendo soprattutto le lettere e le arti, e quando ancora, dopo alterne vicende, la città, divenuta “isola pontificia” nel Regno di Napoli, si adeguò alle successive civiltà, da quella fervida e promettente del basso Medioevo a quella luminosa del Rinascimento, la leggenda continuò a vivere sempre più ricca di motivi e sempre più varia di aspetti, finché nell’età barocca si diffuse con la forma rimasta poi tipica, quella che descrive la tregenda.

Nella vasta spianata del noce magico si riuniscono di notte le duemila e più streghe, guidatavi ognuna dal demonio custode – Martinello o Martinetto – che è nello stesso tempo amante e servo e che, prima della cavalcata, unge la sua donna con un unguento magico, e lì, alla luce delle fiaccole, dopo aver venerato il capo dei diavoli che appare sotto le spoglie del caprone e che premia le Streghe migliori e che punisce con staffile quelle infingarde, comincia l’orgia. E se è intervenuta qualche neofita che ha abiurato alla vera Fede, il Re delle Tenebre, dopo averle fatto giurare sul sangue spremuto dalla mammella sinistra di essere, come tutte le Streghe, almeno una volta al mese adultera e omicida e di seminare senza soste melefici e odi, le assegna un Martinello e le promette vita lunga e godimenti di ogni sorta.
Ora, se questa scena terribile, che si dissolve all’invocazione di Gesù e della Vergine o agli squilli mattutini delle campane e al canto del gallo che annuncia l’alba, ha trovato tra i pittori solo in Benevento un ignoto e poco esperto interprete seicentesco, il quale, però, nella sua ingenuità ha saputo darci non poco della suggestione della leggenda, a poeti, scrittori e musicisti di ben diversa statura ha dettato pagine notevolissime. Dal problematico autore de Il fiore, il trecentesco Ser Durante, al festevole Redi de Il gobbo di Peretola, da S. Bernardino da Siena che pieno di zelo invoca lo sterminio delle malliarde nelle sue infervorate prediche, ad Agnolo Fiorenzuola, più volte la leggenda beneventana è entrata nella vera letteratura, così come nella musica vi penetrava con Il noce di Benevento di Franz Xaver Sussmeyer, allievo di Mozart e Salieri, per ispirare poi una delle più singolari composizioni di Paganini, intitolata appunto Le Streghe.

Ma in Benevento, oltre all’interessante documento pittorico ed alle dotte dispute che difficilmente superarono i confini della città, doveva sorgere qualcosa che ricordasse in tutto il mondo la leggenda con la stessa intensità e forse con maggiore continuità di tante opere geniali. Quel qualcosa – chiunque vede che non è esagerazione campanilistica – era il sublime liquore che Giuseppe Alberti, il suo creatore, da più di un secolo, grazie alle qualità incantatrici per il gusto che lo distinguono, non poteva che chiamare Strega.

fonte: www.strega.it

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