SOSPESI PER TERRA - Blogger bocche piene di libertà, bla bla bla bla, utenti che gravitano nella generosità, da da da da, aperti al confronto e ad ogni sorta di cambiamento, esibizionisti, buonisti, ambientalisti di sfondamento, automatico complimento. Se si apponesse con dinvoltuuuuura un diverso commento da bocciatuuuuuura non inerente all'argomento si rischierebbe una denuncia per scarso attaccamento, altro che sgomento, non abbiate pauuuuura, è un modo come un altro di perdere tempo, se mi guardate con sospetto non nascondetevi sotto il letto, prometto che sarò più buffona di Rigoletto. Blogger senza inibizione e difficoltà ti manda a va va va va, utenti saccenti che sa sa sa sa, intonano lo stesso ritornello la la la la, coraggio fabrax, abracadabra, esponi la formuletta che sai: "me la dai?" Ai confini dell'avere: "me la faresti vedere?" Per accontentare l'ippocampo, stampo e giunge in un lampo, guardo e non mi smagro, squadro una cornice senza quadro, non mi pongo quale sia il senso del peccato, giusto o sbagliato, non tutto è oro colato, non pregiudica un bene amato, se mi spengo al diavolo le sensazioni vere o presunte, potrei schiattare domani, se ne laverebbero le mani e i coglioni, non importa siamo di fronte al condominio virtuale, la finzione è la norma. Blogger che sanno l'alfabeto a a a a e poi tornano indietro a a a a, utenti spersi nella città, spiacente non sono di quà.

giovedì 26 febbraio 2015

a dimensione umana

di Franco Giusto


Sono stanco di essere investito ogni giorno dalla violenza delle brutte notizie,  di sapere che l'1 per cento dell'umanità detiene le ricchezze del mondo confinate solo a quella irrisoria percentuale di persone, sono stanco delle ingiustizie perpetrate sui bambini e sui più deboli, della corruzione dilagante, della violenza sulle donne e nel vedere  un crescente  numero di persone cadere nelle trappole delle dipendenze, ricorrendo illusioni di benessere e felicità. 


Sono stanco del progetto del nuovo ordine mondiale che prevede un'umanità culturalmente decaduta, controllata in ogni pensiero ed azione, un'umanità costretta nell'impulsività, impedita  nella corretta evoluzione emotiva e razionale. Sono stanco ma per nulla arreso o sfiduciato, perché credo nella forza  propulsiva  del bene. Non quello possessivo che offusca la mente ma quello che Socrate definiva "per l'uomo la cosa più importante e in cui trovi la verità delle cose". Si, questo bene consente di vedere il bicchiere mezzo pieno, di vedere i suoi effetti virali positivi che tanto fanno paura a chi detiene il potere in modo egoistico, di trovare la forza di percorrere nella sua direzione procedendo controcorrente. L'unica direzione che consenta di riconquistare una dimensione umana vissuta con gioia, quella auspicata in paradiso nel noto spiritual diffuso negli anni '30 soprattutto da Louis Armstrong, ma che abbiamo voglia e diritto di vivere già ora, adesso qui sulla terra.

fonte: sulatestagiannilanns.blogspot.it

fine della sovranità popolare, è l'autunno della democrazia

L’articolo 1 della Costituzione, comma II, recita: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche molte altre costituzioni iniziano, più o meno, con la stessa dichiarazione di appartenenza della sovranità al popolo. Ed è proprio questa una delle norme più tradite dell’ordinamento giuridico: fra i popolo e la sovranità si frappongono molti ostacoli vecchi e nuovi, che vanificano in gran parte il valore. Fra gli ostacoli di sempre, prima fra tutti, c’è la tendenza oligarchica del ceto politico in tutte le sue forme. Nell’ordinamento liberale classico (retto a collegio uninominale) era un ceto notabilare a sollecitare, sulla sola base della fiducia personale, una delega piena che avrebbe speso a sua totale discrezione. Si pensò che il rimedio sarebbe stato la democrazia dei partiti, basata su una robusta e continua partecipazione popolare. L’eletto non sarebbe stato più solo nell’esercizio quinquennale del suo potere di rappresentanza, avrebbe dovuto render conto agli organi di partito, eletti con metodo democratico e rinnovati con frequenza molto meno che quinquennale. La voce della “base” si sarebbe fatta sentire di continuo.
Per qualche tempo, pur imperfettamente, il meccanismo funzionò, correggendo le tendenze elitarie del sistema di democrazia rappresentativa; ma, dopo un po’, il metodo si corruppe: i partiti si dettero potenti apparati funzionariali costituiti da una casta Sovranità popolaredi professionisti, che subito si integrò con quella degli “eletti a vita” (parlamentari o consiglieri di enti locali). La burocrazia di partito ebbe buon gioco a rendere sempre più formale il potere della “base” e costituirsi in casta privilegiata ed autoreferenziale. Il meccanismo dei congressi, in cui i delegati di primo livello che sceglievano quelli di secondo che ne eleggevano di terzo livello, che avrebbero poi votato gli organi dirigenti del partito, assicurava che, della voce della base, alla fine restasse solo un debolissimo alito di vento. Nell’intervallo fra un congresso e l’altro, la pratica della distribuzione selettiva delle risorse assicurava al gruppo dirigente la fedeltà di parte degli iscritti per il successivo congresso. Poi, l’assenza di controlli esterni contribuì a pratiche quali il tesseramento gonfiato, i falsi congressuali, la corruzione dei delegati.
A dare il colpo di grazia venne la crescente passivizzazione della base fra una scadenza e l’altra e la confisca di tutte le tribune di partito da parte del ceto politico che impediva la nascita di potenziali concorrenti. La a democrazia interna di partito venne definitivamente seppellita. In definitiva, un rimedio quasi peggiore del male. E ci sono sempre stati anche altri diaframmi fra il popolo e la sovranità: la burocrazia di alto livello dello Stato, i diplomatici, i militari, tutti custodi gelosi del loro potere settoriale e del segreto di Stato. E come potrebbe un sovrano esercitare il suo potere se gli si negano le informazioni necessarie? A questa situazione già non brillante, la globalizzazione neoliberista di ostacoli ne ha aggiunti di nuovi: lo strapotere della finanza e l’emergere di una tecnostruttura internazionale che espropria gli Stati e che non risponde in nessun modo al potere Giannulipopolare. Anche nella fase precedente a quella attuale, il potere economico è sempre stato il contraltare del potere politico, e quindi della democrazia.
E si pensi solo a quanto si riduca l’area della sovranità popolare se gli si sottrae il controllo della politica monetaria. Oppure a quanto pesi il mondo della finanza nel controllo degli organi di informazione. La globalizzazione neoliberista ha esasperato queste tendenze creando super-poteri finanziari che fanno ballare interi Stati al ritmo dello spread, che determinano l’andamento del credito, che controlla la rete di distribuzione e il sistema informativo e, di conseguenza, condiziona la politica sin nei minimi particolari. Siamo all’autunno della democrazia rispetto al quale occorre ripensare complessivamente il modello, muovendosi su due direttrici iniziali: una robusta dose di democrazia diretta da innestare sul sistema rappresentativo e la realizzazione di forti spazi di democrazia economica.
(Aldo Giannuli, “Sovranità popolare”, dal blog di Giannuli del 6 febbraio 2015).

fonte: www.libreidee.org

mercoledì 25 febbraio 2015

che gioia scoprire che Obama legge le mie email (e le tue)

Qualche giorno fa ho presenziato a un incontro insolito per gli standard italiani: una conferenza pubblica con il capo dei servizi segreti svizzero Markus Seiler. A Bellinzona, senza particolari misure di sicurezza, con la consueta semplicità elvetica, introdotto dal direttore del Dipartimento delle Istituzioni, Norman Gobbi (il ministro degli interni ticinese, tradotto nel gergo italiano). Serata interessante, pacata nei toni, durante la quale Seiler ha dichiarato, testuale: «Oggi l’80% delle email fanno una rapida tappa a Washington e a Londra dove vengono copiate e archiviate. Solo le email criptate o protette da particolari misure di sicurezza sfuggono a questo gigantesco setaccio». Seiler si è ovviamente ben guardato dall’esprimere valutazioni politiche, però il tono del suo intervento era chiaro. Era come se chiedesse al pubblico presente: a voi va bene? Non sono un diplomatico ma un giornalista. E posso permettermi di rispondere. No, non va bene.
Mi fa molto piacere che il presidente Obama si interessi alla mia vita privata e professionale, coinvolgendo il premier britannico Cameron, ma non è accettabile che tutti i miei messaggi, come i tuoi, caro lettore, siano copiati istantaneamente e Obamamemorizzati in un gigantesco database. In questi giorni sto rileggendo, a distanza di trent’anni, “1984” di Orwell e pagina dopo pagina rabbrividisco: alcune delle misure di controllo sociale del Grande Fratello, immaginate dal grande scrittore inglese, oggi sono realtà. Schedare tutto quel che viene scritto da un cittadino, mappare la sua rete di contatti (sanno a chi scrivo le email, sanno quali sono i miei amici su Facebook, hanno accesso alla mia agenda telefonica tramite WhatsUp) era il sogno di qualunque dittatore, da Hitler a Stalin a Mao; ora è diventata realtà per mano di una potenza che fino a ieri era il baluardo contro Markus Seilerla dittatura e ora, con il pretesto della lotta al terrorismo, si sta trasformando in un invasivo inquisitore.
E’ un gioco da ragazzi affinare la ricerca nel database e mappare fino a “targetizzare” ognuno di noi. I dati selezionati e affinati possono essere usati per fini impropri o politici da parte di un paese che non dimostra più grande considerazione per lo Stato di diritto, né in patria né fuori. Snowden, l’agente della Nsa che ha svelato la gigantesca rete di spionaggio dell’intelligence americana, ci aveva avvertiti. Ora il capo dei servizi segreti svizzero Markus Seiler conferma l’esistenza di una silenziosa, sistematica violazione della libertà e della sovranità di tutti gli Stati. Altro che Isis. La vera minaccia è altrove. Ci stanno portando via tutto, con la silenziosa compiacenza di masse che nemmeno si rendono conto del pericolo e del regresso di civiltà. State all’erta. Il Grande Fratello è proprio lì nel vostro computer. E un giorno tutto quel che scrivete potrà essere usato contro di voi. Rilancio la domanda: va bene così?
(Marcello Foa, “Che gioia sapere che Obama spia le mie email, e anche le tue”, dal blog di Foa su “Il Giornale” del 22 febbraio 2015).

fonte: www.libreidee.org

Ucraina, denuncia shock

Dal fronte ucraino emergono fatti sconcertanti! 


Espianti di organi su corpi di soldati ucraini, aperti e ammucchiati. Ma non si può dire

di Claudio Beccalossi *

Mentre il presidente ucraino, Petro Oleksijovyč Porošenko ed il suo omologo russo, Vladimir Vladimirovič Putin, sembrerebbero (il condizionale è d’obbligo) orientati all’accordo per un “cessate il fuoco permanente” (od un “cessate il fuoco” che saprebbe tanto di tregua per consentire alle truppe governative di ritirarsi dalle “sacche” circondate dai separatisti) nelle zone incandescenti del Donbass.

(UNMONDODITALIANI - UMDI) Vogliamo ricordare che ancora all’inizio di Maggio girava la voce che in Donbass, oltre i mercenari locali e stranieri delle società private militari, c'erano anche diversi medici stranieri con attrezzature speciali.Secondo la gente locale, con l’aiuto dei medici, venivano rimossi dai corpi dei soldati morti o ancora vivi ma feriti gravemente gli organi interni e portati via.Le notizie interessanti, quanto orribili, arrivano dagli ospedali dove si trovano i soldati ucraini feriti dall’armata nazionale di Praviy Sektor.
Fanno estremamente fatica le notizie “sicure” a scavalcare l’odiosa barricata di “deformante versione” e di “silenzioso nichilismo” eretta su quanto avviene nel Donbass sulla pelle di civili inermi e di assatanati militari, paramilitari, nazionalisti, milizie d’autodifesa, separatisti, contractors, volontari e veterani stranieri (non certo solo russi) avvezzi alla “guerra sporca”. Chi guarda alla luna e non al dito ha già compreso i wargames da sciacquone della combriccola Ucraina golpista, Unione Europea “sull’orlo d’una crisi di nervi” (se non già in menopausa), Cia stratega a monte, Nato “Rambo” a valle, Pentagono burattinaio del “Yes, we can”, slogan caduto in disgrazia come il rispetto doveroso della verità e dell’informazione super partes svicolato dai media, ronzini costretti a morder il freno per ordini di scuderia impartiti da “poteri forti” (politici ed economici, di qua e di là dell’Atlantico) dal pelo sullo stomaco più irto di quello d’un cercopiteco. I pacifisti di professione, poi, preferiscono sventolare la loro bandiera arcobaleno in manifestazioni più radical chic che non schierarsi a favore della pace nel Donbass. Meglio incazzarsi in cortei pro popolo palestinese e contro il solito sionismo, magari schierandosi con l’organizzazione palestinese Ḥamās, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya (in arabo, Movimento Islamico di Resistenza, “entusiasmo, zelo, spirito combattente”), piuttosto che sposare la causa pacificatrice dell’est dell’Ucraina in guerra civile…

L’informazione ad uso e consumo dell’italietta sul ciglio del precipizio (e sulla spiaggia d’una, cento, mille Lampedusa, in buonista attesa di eufemistici “migranti”, magari partiti dal Capo di Buona Speranza) non riesce, comunque, a schermare, a censurare tutto. Come il drammatico flusso di “Cargo 200” negli obitori dell’Oblast di Charkiv, dove finisce la “carne da macello” mandata come “spedizione punitiva” nei confronti dei “ribelli” del Donbass. I cadaveri di militari (soprattutto di ex militanti della Guardia nazionale dell’Ucraina), spesso giovani e ridotti in condizioni tali da non consentire il loro riconoscimento e men che meno una riconsegna alle proprie famiglie (con l’inconveniente che queste si rendano conto dell’efferatezza raggiunta dal conflitto intestino) aveva superato, a fine luglio, le duemila unità, cifra che gli scellerati massacratori del proprio popolo (in divisa o senza) si guardano bene dal diffondere. Anche perché molti vengono cremati nell’illusorio intento di cancellare, alla maniera nazista, le tracce dell’infamia perpetrata tra e su compatrioti. Per questi “trasporti speciali” è stato rispolverato il termine “Cargo 200”, titolo d’un film del 2007, scritto e diretto da Aleksej Oktjabrinovič Balabanov, basato su una vicenda vera ma, per gli aspetti particolarmente duri e truculenti, escluso dai Festival di Cannes e di Berlino. “Cargo 200” si riferisce al nome dei voli degli aerei militari che trasportavano dall’Afghanistan nell’ex Unione Sovietica i corpi dei soldati caduti, all’interno di bare di zinco contenute, a loro volta, in casse di legno. Il numero massimo di casse e di salme trasportabili da ciascun aereo preposto era, appunto, 200. Afghanistan e Donbass, parallelo di tragedia inquietante, come la “congiura dell’omissis” obbediente al “pifferaio magico” che se n’infischia di ventenni trucidati nel Donbass e dei loro resti che non verranno mai restituiti ai propri cari. Ennesima bestemmia della ciurmaglia post-Majdán al governo a Kyïv per adempiere a sordidi interessi internazionali di bottega.
Ma non è tutto. L'ennesima ipotesi di nefandezza oscurata, ergo, nascosta dal “regime dei media”, riguarda ancora i cadaveri dei militari ucrainigovernativi dai quali verrebbero espiantati organi per poi essere venduti a chissà chi, come e quando. L’incertezza su quest’altra vergogna disumana della congrega anticompatrioti al potere, con il tifo ultras da stadio d’Unione Europea e degli Stati Uniti, è ancora dovuto, fino a quando ulteriori informazioni neutrali forniranno conferme, smentite o chiarimenti. Rimane emblematica la foto riprodotta, scattata da medici a Mariupol’ e divulgata (il 26 agosto 2014) contando sull’anonimato ma con la postilla “ripubblicare al massimo”. «Eviscerati degli organi del corpo a soldati ucraini dalla zona della cosiddetta ATO (Operazione Antiterrorismo attuata dal governo di Kyïv, n.d.t.)». E, di seguito, le accorate raccomandazioni: «Madre ucraina! Pensa prima d’inviare i tuoi figli in guerra! È possibile che non li rivedrai più ed i loro corpi saranno venduti per un sacco di soldi in Europa. Soldati ucraini! Tornate dal fronte se non volete che i vostri organi siano venduti per denaro arricchendo ulteriormente gli oligarchi e Kolomoiskiy Valtsmana-Poroshenko». E’ possibile che in un angolo della (cosiddetta) civile Europa vengano impunemente commesse simili, presumibili atrocità? E che venga soffocato pure il banale bisogno di trasparenza?

* Claudio Beccalossi, editorialista
** Editing a cura di Bartolomeo Alberico

Fonte: unmondoditaliani.com

fonte: www.nocensura.com

annunciazione, annunciazione



dopo l'annuncio da parte della piattaforma di regolamentare i contenuti dei blog, mi sono chiesta, impegno, dedizione, ricerca, a cosa sono serviti?!  Un cazzo!

Che roba è la libertà d'espressione? Che senso diamo alle immagini che vediamo e postiamo?
Per future decisioni sono avulsa.... di certo toglierò quelle bruttissime oscene, volgari foto di nudo e "piazzerò" (magari) cadaveri squartati, tipo quello che sta accadendo in Ucraina, traffico di organi, massacro di civili... Allo stato attuale, 50.000 morti...

In caso scegliessi di privatizzare IL BLOG DEGLI ERRORI, ve lo farò sapere.

Mi spiace di aver rotto i coglioni ad utenti per ottenere scritti (deposito bagagli) ed immagini di schiene (schiena da blogger).

Ora procedo a rimuovere. Sono brava nelle pulizie.

martedì 24 febbraio 2015

libertà d'informazione: l'Italia scende al 73° posto mondiale




In una parola: libertà di disinformazione. L’Italia crolla nella classifica mondiale della libertà di stampa, realizzata come ogni anno da Reporter senza frontiere. Nel 2014 scendiamo al 73esimo posto, tra la Moldavia e il Nicaragua, perdendo ben 24 posizioni dall’anno precedente. La ragione, secondo il rapporto di Rsf pubblicato il 212 febbraio 2015, sono le sempre più frequenti intimidazioni che i giornalisti subiscono, da parte da parte di organizzazioni criminali e non solo. “La situazione dei giornalisti è peggiorata nettamente nel 2014″, si legge nel report, “con un grande incremento di attacchi alle loro proprietà, specie le automobili”. Rsf conta 43 casi di aggressione fisica e 7 casi di incendi ad abitazioni e vetture solo nei primi dieci mesi dell’anno. Ma non è solo la violenza fisica a limitare la libertà d’informazione nel nostro Paese. Il rapporto conta 129 cause di diffamazione “ingiustificate” contro i cronisti, sempre nei primi 10 mesi del 2014, mentre nel 2013 il dato si era fermato a 84. La maggior parte delle cause di questo tipo sono intentate da personaggi politici, e «costituiscono una forma di censura». 

Tornando all’Italia, Rsf cita l’organizzazione Ossigeno per l’Informazione, che nel 2014 ha conteggiato 421 minacce a giornalisti, con un aumento del 10% rispetto al 2013. «Le  minacce di morte sono comuni e sono di solito recapitate sotto forma di lettere o simboli, come croci dipinte sulle automobili dei cronisti o proiettili inviati via posta».

In un comunicato Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno, ha dichiarato: «La proposta di legge sulla diffamazione non prevede la de-penalizzazione della diffamazione  come lungamente auspicato dall'Europa intera. Secondo quanto espresso anche da varie istituzioni europee la nuova legge non fa che sostituire la detenzione con sproporzionate sanzioni economiche che non sono meno intimidatorie. Affermare di migliorare la legislazione in modo sostanziale quando questo di fatto non è vero non fa che ferire tutti coloro i quali stano combattendo contro l'inazione e tentano di porre l'attenzione su questi problemi dimenticati. La gravità del caso italiano è dimostrata da dati oggettivi raccolti da Ossigeno Informazione e che non possono essere minimizzati».
  



fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it

lunedì 23 febbraio 2015

Rossa...


Certi cambiamenti del corpo mi fanno pensare a quelle vie che percorri da anni. Un bel giorno un negozio chiude, l’insegna è scomparsa, il locale è vuoto, c’è un cartello affittasi, e ti domandi cosa c’era prima, cioè la settimana scorsa

guardo i giochi di luce, che filtra dalla tapparella.
sono le 5 del pomeriggio, c'è il sole, le giornate si sono allungate.
guardo i quadratini di luce e penso che l'inverno sta finendo.
sono spensierata, letteralmente, in quel momento.
cè perfino della bellezza che percepisco.
improvvisamente compare un pensiero.
lo sto facendo senza nessuna consapevolezza, non mi sono domandata nemmeno per un attimo se tutto questo avrà delle conseguenze.
pensavo fosse un controllo, solo un controllo, l'ultimo, anzi il primo, nel 2006.
avevo extrasistoli a raffica, ero passata dalla cardiologia e trattenuta per fare una marea di esami.
tra questi, un'ecocardiografia.
alla fine del consulto il collega mi consiglia una terapia antipertensiva: sono destinata, mi dice.
ignoro la prescrizione.
per anni.
poi il mio destino mi incontra e l'ipertensione si fa sentire, a novembre, con notti insonni in preda a pulsazioni, cardiopalmo, sudorazioni notturne spaventose.
il mio destino: ipertensione, anche notevole.
ed inizia la mia terapia mattutina, quella che si prende tutte le mattine per tutto il resto della vita.
ed eccomi lì, su un fianco, durante l'ecocardiografia cardiaca, a giocare con la luce a quadretti sul paravento che separa il lettino dalla scrivania del medico.
focalizzo un particolare apparentemente paradossale ma a ripensarci testimone della mia sicumera. entrando nella stanza della cardiologa mi sono accomodata dalla parte della scrivania destinata al medico, non al paziente. mi pensavo ancora dotata dei super poteri del grande dottore.
ma sono una paziente, sono dall'altra parte della scrivania. 
(impara)
e il verdetto lo conferma: insufficienza mitralica moderata.
ed eccolo lì il mio declino. mi proietto nel mio futuro, vecchia, malata, vedo la mia prossima storia clinica, vedo tutti i farmaci che progressivamente collocherò in cucina, la dose scritta sulla confezione , il promemoria. penso a Pennac, e al suo libro Storia di un corpo (http://nuovateoria.blogspot.it/2012/12/body-wolrds-la-salute-e-la-vita-nel.html) , capisco che sto entrando in quella fase della vita in cui il corpo cede, in cui dall'onnipotenza che ci illude di essere eterni si passa alla certezza quotidiana che siamo transitori.
è da settembre che sto male, tosse folle per un mese a settembre, otite catarrale con ipoacusia a ottobre per 5 settimane, notti insonni e diagnosi di ipertensione a novembre, ripetute sedute dal dentista fino a dicembre per problemi reiterati ai denti, neoformazioni dermatologiche trattate con il laser a gennaio, di nuovo tosse, perdita totale della voce per 5 giorni e ancora dolore all'orecchio e mal di gola trapassante questa notte. febbraio.
capisco, non potrei non capirlo, che tutto questo impegno di orecchie, gola e voce girano intorno alla parola, da mesi. girano intorno alla questione del mio lavoro, dell'emissione della parola e dell'ascolto, girano intorno al riconoscimento della mia persona e del mio riconoscere l'altro. sono stati mesi improntati dal trauma, che vivo ogni settimana, a ogni notizia che ricevo.
sono negata, la mia parola  è negata, non parlo e non ascolto più.
qualcosa sta cambiando, non mi sono mai ammalata per anni, improvvisamente il mio corpo cade dall'alto, si schianta.
qualcosa è inesorabilmente cambiato.
e pensare che l'inverno sta quasi finendo.



Passiamo la vita a confrontare i nostri corpi. Ma, una volta usciti dall’infanzia, in maniera furtiva, quasi vergognosa. A quindici anni, sulla spiaggia, studiavo i bicipiti e gli addominali dei ragazzi della mia età. A diciotto o vent’anni il gonfiore sotto il costume. A trenta, a quaranta, gli uomini paragonano i capelli (guai ai calvi!). A cinquant’anni la pancia (non metterla su), a sessanta, i denti (non perderli). E adesso, in queste adunate di vecchi avvoltoi che sono le nostre autorità tutorie, la schiena, i passi, il modo di asciugarsi la bocca, di alzarsi, di infilarsi il cappotto, l’età, insomma, semplicemente l’età.
Storia di un corpoDaniel Pennac

fonte: nuovateoria.blogspot.it

sorpresa, l'italiano è la quarta lingua più studiata al mondo

Spaghetti, chitarra, mandolino. E poi mafia, corruzione, evasione fiscale. Eppure, l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo, in barba alla retorica cialtrona dei denigratori. Davanti ci sono ovviamente l’inglese, il cinese e lo spagnolo. Poi, però, l’italiano. Perfettamente normale, dice Aldo Giannuli. E altrettanto normale è che gli unici a stupirsene siano proprio gli italiani. È lo stesso sito della Farnesina a dichiararlo: la lingua italiana, nel 2014, è la quarta lingua più studiata al mondo, con un totale di 687.000 allievi che la studiano all’estero nelle università, senza contare scuole e corsi privati. Un numero pari al totale degli iscritti al primo anno della scuola superiore in Italia. Ben 81 Istituti italiani di cultura offrono 8.165 corsi, frequentati da 69.500 persone, mentre i 406 comitati della Società Dante Alighieri dispongono di 266 centri di certificazione per 195.400 studenti. L’italiano, insomma, è vivo, richiesto e imparato in tutto il pianeta. Ovvio: l’Italia possiede il 70% dei beni culturali della Terra, è una grande patria della letteratura, è la meta d’elezione per milioni di turisti attirati dall’arte, dal paesaggio e dal cibo.
Scontato, rileva Giannuli nel suo blog, che l’inglese primeggi: se si contano anche gli indiani, si tratta di una lingua parlata da un miliardo e mezzo di persone. Inoltre, è la principale lingua franca del mondo. E così la Cina, che da sola raggiunge il Botticellimiliardo e mezzo di parlanti: «E’ la lingua del principale paese emergente, anzi forse ormai è meglio dire “emerso”, seconda potenza mondiale». Quanto allo spagnolo, «è la lingua di mezzo miliardo di parlanti ed è in rapida espansione negli Usa». E’ invece «inspiegabile» che la quarta lingua più studiata sia l’italiano, quella cioè di uno Stato che annovera «poco più di sessanta milioni di parlanti», forse settanta includendo eritrei, albanesi, somali, italiani all’estero e cittadini della Svizzera italiana. Restiamo «un paese relativamente piccolo e in decisa decadenza, ignorato dalle grandi potenze e ridicolizzato dai suoi piccoli politici passati e presenti», da Berlusconi a Renzi. Clamoroso, dunque, che l’italiano preceda «lingue come il francese, il tedesco, il russo, il portoghese, il giapponese». Come si spiega? «Il guaio è che i giornalisti italiani sono molto ignoranti e, quel che è peggio, non fanno nessuna ricerca prima di scrivere».
Prima di tutto, continua Giannuli, «si dimentica che l’italiano è la lingua franca di uno dei principali soggetti geopolitici mondiali: la Chiesa cattolica». La lingua ufficiale della Chiesa, come si sa, è il latino, «ma quella in uso fra i prelati (e spesso anche i semplici preti) di nazioni diverse è soprattutto l’Italiano, che è parlato correntemente in Vaticano e usato prevalentemente dal Papa, vescovo di Roma, anche se non si tratta più di un italiano da quasi quarant’anni». E anche in ordini religiosi importanti, come i salesiani o i gesuiti, la lingua corrente è l’italiano. «Poi c’è da considerare che l’Italia è uno dei paesi che hanno avuto una cospicua emigrazione nell’ultimo secolo: circa 40 milioni di persone sparse soprattutto in Argentina, Usa, Canada, Australia, Germania, Francia e Belgio», con non pochi figli e nipoti che si sono mantenuti bilingui. BergoglioInoltre, purtroppo, l’italiano è spesso usato anche «fra gli uomini di Cosa Nostra o fra gli ‘ndranghetisti sparsi per il mondo e altre organizzazioni criminali come i colombiani».
Resta enorme l’importanza dell’italiano sul piano culturale, «e anche qui si sono dimenticate troppe cose». Per esempio, «che l’italiano è la lingua principale del melodramma». Nel mondo «ci sono tanti melomani che apprezzano molto la nostra musica lirica, basti pensare al successo mondiale avuto da Pavarotti dagli anni ‘80». Un po’ di italiano, quantomeno, lo si canticchia dappertutto. «Poi la letteratura italiana è sicuramente una delle primissime a livello mondiale», perché ha avuto uno sviluppo continuo nel tempo, dal XIII secolo in poi, «con capolavori di livello mondiale, in tutti i secoli». Lo stesso «non mi pare si possa dire delle letterature di Inghilterra, Francia, Germania, Spagna e Russia, che presentano maggiore discontinuità». Chi voglia avere un’idea del “peso” della letteratura italiana, continua Giannuli, può consultare la Hu Jintao e signora al Colosseomonumentale collana di testi della Ricciardi. Dunque «non sorprende che ci siano autori italiani (da Petrarca a Gramsci o Leopardi) più amati e letti all’estero che in Italia», anche per colpa della nostra pessima scuola, «il cui principale scopo è far odiare agli studenti tutto quello che fa loro studiare».
Superfluo, infine, parlare del peso mondiale dell’arte italiana: Pompei e Roma, le vestigia archeologiche, le città d’arte come Firenze e Venezia, i tesori dei mille borghi storici. E poi il capolavoro del Rinascimento, rivoluzione culturale made in Italy. Oggi, poi, parlano italiano anche la moda e la gastronomia. «Che morale possiamo ricavare da questa terribile sproporzione fra l’apprezzamento che la cultura e la lingua italiana riscuotono nel mondo e la pochezza dell’autostima degli italiani? Semplicemente – si risponde Giannuli – che gli italiani del tempo presente sono impari, rispetto al patrimonio culturale che li sovrasta. Peccato». Naturalmente, c’è chi li sempre “aiutati” a sottostimarsi: il paese ha avuto “la peggior classe dirigente d’Europa”, secondo molti critici, dominata da una nomenklatura di basso profilo, corrotta e clientelare, ai tempi in cui la sinistra italiana andava fermata – anche con le bombe nelle piazze – per impedirle di salire al potere quando al posto della Russia c’era ancora l’Urss. Italia sempre colonizzata dallo straniero, denunciano libri come “Il golpe inglese”; svenduta a trance sul ponte del Britannia, poi sull’altare di Bruxelles e dell’euro. Sul piatto della bilancia europea ha pesato l’acciaio della Germania, mentre il Belpaese non ha potuto far valere i suoi immensi giacimenti culturali, quelli che il mondo ci invidia. Dunque non lamentiamoci troppo degli italiani: non è tutta colpa loro.

fonte: www.libreidee.org

domenica 22 febbraio 2015

Vanessa Winship

fotogiornalismo e un gran tocco di umanità.
le fotografie di Vanessa Winship sono pregevoli, comunicative. sono una narrazione.
al Palazzo delle Stelline la mostra si sviluppa con delle prefazioni dell'autrice a ogni blocco fotografico. si è spinta in varie parti del mondo, nei Balcani, sul Mar Nero, in Georgia, in Anatolia, in Almeria, negli Stati Uniti, questi i luoghi presentati nel percorso fotografico della mostra. le sue prefazioni mi sono piaciute moltissimo, le ho trovate ricche, riflessive, piene di spunti molti interessanti che mi fanno pensare al modo in cui questa persona orienta il suo lavoro. un lavoro di indagine che non mente. se penso alle tante foto che ho visto in questo mese, da Mccurry e Elgort, mi rendo conto che qui, con la Winship, siamo in un'altra dimensione, la foto che dice quel che è. non c'è edulcorazione, non c'è manipolazione, non c'è posa, non c'è niente se non quel che c'è da vedere. non c'è nemmeno sensazionalismo, nemmeno trauma, nemmeno carne dilaniata, non c'è shock, c'è quel che c'è da vedere. non c'è la spettacolarizzazione della foto, solo quel che c'è da sapere. siamo nel bianco e nero, non c'è il colore a dare vita e luce, non c'è la bellezza del mondo.
ed è così che la foto diventa narrazione, anche poetica, della vita ai confini del globo. perchè la Winship si spinge ai margini dei territori, in luoghi di decadenza come le Georgia, o di stagnazione, come il Mar Nero. c'è una forte connessione tra la fotografia e una precisa presa di posizione dal punto di vista narrativo. fotografa la vita dentro un contesto storico che collassa, che decade, che si sgretola, che trascina via detriti del passato. ma la gente ci vive dentro, come può, adattandosi al paesaggio e alle risorse. ci sono i confini, le frontiere, le identità, la vulnerabilità delle etinie e il corpo. ci sono corpi nelle foto, corpi che incarnano la storia. quindi l'effetto è doppio, narrativo sul piano storico e di cronaca sul piano attuale, è la vita che scorre dentro la storia, che vi assiste senza saperlo.
l'effetto fotografico, soprattutto nel suo insieme, nello sguardo che emerge dal gruppo di fotografie per ogni luogo di narrazione, è davvero sorprendente, molto toccante, autentico, senza veli, profondo e sinceramente partecipe.
una scoperta per me fantastica, una fotografa nel vero senso della parola, una ricercatrice, un'esploratice. una persona.








Comunicato Stampa: 
Dal 17 dicembre al 15 febbraio (ma è stata prolungata fino al 22 marzo) la Fondazione Stelline presenta la personale di Vanessa Winship organizzata dalla Fundación Mapfre di Madrid: oltre 100 fotografie in bianco e nero ripercorrono attraverso un’ampia panoramica tutta l’opera dell’artista, dall’inizio della sua carriera, giovane fotografa nei Balcani, fino ai suoi ultimi lavori ad Almerìa.
Vanessa Winship è un’artista polivalente, i cui lavori analizzano la profondità dei temi della frontiera dell’identità, della vulnerabilità e del corpo, il tutto in uno spazio geografico ricco di intensità ed emozioni, dove l’instabilità dei confini va di pari passo con il mutare dell’identità storica contemporanea.
Le sue serie offrono uno spunto di riflessione su come il corso della storia riesca a modellare le forme del paesaggio e a lasciare il segno sui corpi dei suoi abitanti, ma anche sulle loro caratteristiche e sui loro gesti. Il viaggio e i suoi incontri con l’”altro” sono temi fondamentali della sua vita e della sua fotografia. Un paesaggio umano, che si impone sui conflitti politici e sociali ed emerge tra le rovine di mondi in decadenza. Un recente passato (edifici, sculture commemorative e mezzi di trasporto) procede in direzione opposta alle persone che si muovono tra di esse. La Winship descrive la componente mitica e leggendaria di questi luoghi e allo stesso tempo li destabilizza. Vengono certamente evocati gli eventi storici che hanno segnato queste regioni, ma la Winship pone l’enfasi più alta sulla microstoria di ognuna di esse: le attività del tempo libero, gli interni delle scuole, le condizioni di lavoro e le diverse forme di socializzazione e di culto religioso.
Le fotografie realizzate fino al 2011 tracciano una mappa personale dei confini dell’Europa e dei loro punti di contatto con l'Asia.Il suoparticolaremetodo di lavoro ha dato origine a serie come“Imagined States and Desires: A Balkan Journey”, “Black Sea: Between Chronicle and Fiction”, “Sweet Nothings: Schoolgirls of Eastern Anatolia” e “Georgia. SeedsCarried by the Wind”, che uniscono spazio pubblico e privato, concentrandosi su un evento e sulla costruzione di un ritratto in posa.
“Ospitare un’artista come Vanessa Winship è come fare un itinerario in un mondo che muta, nei confini e nella percezione storica dell’evoluzione –dichiara PierCarla Delpiano, Presidente Fondazione Stelline. Il tema del cambiamento alla vigilia di Expo2015 è particolarmente attuale nella Milano di oggi che diventa metropolitana. Come si intuisce nel dibattito culturale: grandi eventi, contaminazione, apertura. Grazie alla Winship abbiamo la possibilità di vedere ritratta la storia che cambia nei confini e nell’identità, particolarmente contestuale al momento storico che viviamo”.
Nel 2011, la Winship è stata la prima donna a ricevere il prestigioso premio Henri Cartier-Bresson per la fotografia. Il suo progetto vincente è stato “Shedances on Jackson. UnitedStates”, una serie che si concentra sui segni del declino dell’American Dream, visibile sia sulla superficie della terra che nelle caratteristiche umane e nel linguaggio del corpo. Nel 2014, su incarico della FUNDACIÓN MAPFRE, la Winship si è recata ad Almería (Spagna), per rappresentarne la notevole diversità geografica, lo sradicamento e la storia fatta di alterne vicende. Questi ultimi due progetti rivelano una progressiva scomparsa delle forme umane e l'emergere di un paesaggio che diventa eloquente attraverso il suo apparente silenzio e la sua immobilità. Il senso di un territorio di frontiera, la vulnerabilità della terra e il peso del passato, suggeriti dalla serie “Almería. Where Gold WasFound”, mettono questa regione in connessione con le altre parti del mondo su cui si è posato lo sguardo fotografico di Vanessa Winship.

Vanessa Winship (nata a Barton-upon-Humber, Regno Unito, nel 1960) è oggi uno dei nomi più acclamati della fotografia internazionale. Il suo stile non è meramente documentario, ma si concentra su temi quali la frontiera, l'identità, la vulnerabilità e il corpo. Sin dagli anni ’90, la Winship ha lavorato in diverse aree geografiche, tra cui i Balcani, il Mar Nero e il Caucaso, che nell'immaginario collettivo sono luoghi associati all'instabilità e ai tempi oscuri del recente passato e alla mutevolezza dei confini e delle identità. 


fonte: nuovateoria.blogspot.it

sabato 21 febbraio 2015

se telefonando

ma chi diavolo è questa Bianca Atzei che canta -canta?- Ciao amore ciao di  Tenco?
ma chi sei?
ma lo sai cosa stai cantando? -cantando?
no.
certo che no.
è chiaro che no.
sono su un palco, discutibile ma notevole, dovrei essere competente sulla materia che porto e invece sono molto ignorante nella materia che porto.
non è che siccome scrivo poesie sono un poeta, e non è che siccome canto -canto?- sono un cantante.
non è che siccome canto Rose rosse me lo posso permettere...Raf, va bene la bronchite, vai a casa per favore.
si potrebbe pensare che io abbia una fissazione. magari è così e no ne sono consapevole. l'unica serata del festival di Sanremo che ascolto volentieri è quella delle cover. ne ho già parlato più volte, anche 2 anni fa, in occasione di un Ciao amore ciao cantato da Marco Mengoni (http://nuovateoria.blogspot.it/2013/02/ciao-amore-ciao-tenco-vince-il-festival.html). 
altra musica, altra storia. 
qui siamo nell'oceano della disperazione.
sul Corriere ho letto un commento che recitava qualcosa che somigliava a Bianca Atzei -ma chi è?- si schianta con Ciao amore ciao.
ecco, si, rende l'idea dello sfracello. uno schianto ad altissima velocità.
mi scoccia proprio questa cosa, non si fa, non si scherza con Tenco.
non si prende un monumento per farne ciotoli.
che non si ripeta mai più.
mi sono gustata invece il buon Nek, che ho avuto modo di apprezzare in alcune occasioni, con Se telefonando.
ora, questa canzone mi piace da pazzi, come molte del suo genere, come molte del suo tempo. canzoni per lo più cantate da Mina, amatissima da mia madre, come posso non averle in mente? le ho in mente tutte. è la televisione della mia infanzia, Canzonissima e altre trasmissioni di intrattenimento, rigoroso bianco e nero e fiumi di canzoni con quella voce che faceva crollare i muri.
perché, diciamolo, il buon Nek fa una discreta operazione musicale ma sull'amore già "finito" non ce la fa. no no, non ce la fa e quindi diventa fini....sto, spezzato in due con una pausa netta. e no, caro mio, Mina no, si sa, ce la faceva eccome: il suo "finito" non si spezza, si articola e basta.
ma al di là della potenza vocale impareggiabile, l'interpretazione a Sanemo di Nek mi piace, sento che ha colto lo spirito della canzone. 
quel se telefonando mi fa pensare agli sms di oggi, ai quali a volte si affida la vita, perfino il sesso, il senso di un amore, la fine di un amore, se mai di amore si trattava. si faceva scrupolo invece, lei, di chiamarlo al telefono e di fargli male. come si dice una cosa così, è già finita, al telefono? buona domanda, domanda di altri tempi. dei miei, per l'appunto. e questa domanda bisognerà proprio farsela. ma anche a vedersi ci si fa male, anche guardandosi negli occhi, quel messaggio è senza scampo, comunque.
canzone breve, intensa, drammatica. poche parole, tutte le parole che servono.
io me la immagino tutta la scena.
poi lei si staglia, nel video, forse di Milleluci?, con quella sua fisicità così totalizzante, tra corpo bocca occhi e voce, voce voce. è un corpo che canta, Mina, la voce parte da ogni parte di quel suo corpo importante, ma senza bisogno di quelle braccia che, così spesso vedo oggi, vanno da tutte le parti. canta, canta e basta, il suo volto inquadrato che mi parla.
e il ricordo di mia madre schianta me.
Nek ci mette la sua arte, e va bene così.
racconta Maurizio Costanzo, coautore della canzone:
«Ricordo bene quel giorno», sospira Maurizio Costanzo. «Lei si avvicinò al pianoforte e cominciò a cantare. Fu un’emozione indimenticabile».
Lei sarebbe Mina.
«Sì. Eravamo a via Teulada, Mina era arrivata con il suo produttore Luciano Gigante. Disse solo: datemi lo spartito. E in un istante, come in una magia assoluta, "Se telefonando" diventò sua».
Al piano c’era Ennio Morricone.
«Uno dei coautori. Niente male, no?».
Com’era nato il brano?
«Era il ’66. Io e Ghigo De Chiara lavoravamo alla nostra trasmissione "Aria condizionata". Ci serviva una sigla. Ghigo conosceva Morricone e lo chiamò. Ennio insisteva con la storia della sirena di Marsiglia».
La sirena di Marsiglia?
«Morricone ripeteva: all’inizio la musica di "Se telefonando" vi farà pensare alla sirena della polizia. Po-pi po-pi. Poi esploderà mentre procede. Scrissi le parole e riuscii a imporre il gerundio nel titolo. Non era mica facile far accettare una cosa del genere. Ma funzionò, a quanto pare».

Lo stupore della notte
spalancata sul mar
ci sorprese che eravamo sconosciuti
io e te.
Poi nel buio le tue mani
d'improvviso sulle mie,
è cresciuto troppo in fretta
questo nostro amor.
Se telefonando
io potessi dirti addio
ti chiamerei.
Se io rivedendoti
fossi certa che non soffri
ti rivedrei.
Se guardandoti negli occhi
sapessi dirti basta
ti guarderei.
Ma non so spiegarti
che il nostro amore appena nato
è già finito.
Se telefonando
io volessi dirti addio
ti chiamerei.
Se io rivedendoti
fossi certa che non soffri
ti rivedrei.
Se guardandoti negli occhi
sapessi dirti basta
ti guarderei.
Ma non so spiegarti
che il nostro amore appena nato
è già finito.

fonte: nuovateoria.blogspot.it

venerdì 20 febbraio 2015

Carpeoro: l'infame complotto degli italiani contro se stessi

L’Italia, oggi, sicuramente ha come nemico i poteri forti. Ma coloro che si dovrebbero opporre a quei poteri fanno tutt’altro. Il problema vero di questo paese non è di storia criminale, ma di storia non governata. Non è che siamo governati male: non siamo governati – il che, per certi aspetti, è peggio: forse, essere governati male è meglio che non essere governati. Certo, l’ideale sarebbe essere governati bene. Ma sapete cos’è necessario, per essere governati bene? Bisogna che, alla fine, qualcuno abbia il potere di decidere; che si sappia chi è che decide; e che il potere democratico, se le decisioni di questa persona si dimostrano sbagliate, la volta successiva lo lasci a casa. Vorremmo che la nostra vita fosse scandita da certezze, che non abbiamo: non abbiamo certezza nella giustizia e non abbiamo certezza nel nostro potere economico, perché non sappiamo chi lo governa. Non più la Banca d’Italia. La Banca Centrale Europea? Sì, ma chi la governa? Siamo sicuri che la governi quello che sembra che la governi adesso?
In questo mondo globalizzato, dovremmo chiederci: è colpa delle persone o ci sono dei dati strutturali da mettere a posto? Finché cerchiamo i colpevoli nelle persone, e poi pensiamo di averli trovati e puniti, ma dopo non succede niente, allora Gianfranco Carpeorodobbiamo porci il problema di come funzionano le nostre strutture. In generale, io penso che il sistema consumistico non funzioni. Ma in particolare in Italia c’è anche un sistema fondato sull’assoluta casualità. Perché in ogni cosa facciamo c’è lo zampino di una banca, di un prete, di un massone, di un magistrato, di un ladro, di uno che la vuole fare franca. Così, nelle leggi, ognuno aggiunge una parola, così alla fine non si capisce più niente. Nessuno capisce neppure come pagare le tasse: quand’ero giudice tributario non capivo nemmeno come farle pagare, in certi casi. Perché una famiglia monoreddito deve ricorrere al commercialista? Dovrebbero bastare quattro righe. E per quale complottismo siamo l’unico paese al mondo dove esistono i notai? Altrove, le pratiche notarili le espletano le banche, o gli avvocati, o gli uffici comunali. Da noi invece per la semplice autenticazione di una firma bisogna andare da un notaio.
Il vero complotto, il vero potere forte, in Italia è la struttura. E noi abbiamo una struttura burocratica che ha le stesse prerogative del basso Impero Romano del 3-400 dopo Cristo, dove dovevano fare 8 pagine di pandette per giustificare un cavillo. Noi pensiamo che la democrazia rappresentativa consista nell’eleggere qualcuno, che poi fa quello che vuole. Se noi fossimo stati un popolo veramente democratico, avremmo fatto tesoro di quella bellissima frase di Giorgio Gaber, che dice “libertà è partecipazione”. I partiti fanno congressi, eleggono persone, e lo fanno in piena libertà perché sanno che, tanto, noi non ci andiamo, a controllare quello che fanno. Questi signori hanno potuto fare i congressi con gli elenchi telefonici, coi nomi dei morti. Qualcuno di voi è mai andato a un congresso del partito che ha votato? Noi non siamo democratici, perché non Giorgio Gaberpartecipiamo. Non conosciamo la nostra Costituzione, non conosciamo i nostri diritti, non studiamo l’educazione civica. E’ nostra la colpa per molte cose che non vanno, in Italia. Il primo imputato si chiama: popolo italiano.
Comunque la pensiate, non potete immaginare che questo modello democratico possa funzionare senza la vostra partecipazione, che non consiste nel fatto che ogni quattro anni si vada alle urne a mettere una croce. Questa classe dirigente è lo specchio di questo popolo. Se questo popolo non cambia, la classe dirigente non cambierà. Se avessimo una classe dirigente degna di questo nome, faremmo valere i parametri dell’economia italiana: il patrimonio artistico più grande del mondo e il patrimonio privato in termini di risparmio, beni e denaro, più grande del mondo. Non lo facciamo, perché siamo governati dalle stesse persone che guadagnano speculando sui nostri guai. E questo, per colpa nostra. Perché queste persone o ce le abbiamo mandate noi, là dove sono, con la nostra partecipazione, o ci sono potute andare perché non c’era la nostra partecipazione. Quindi, sia che abbiamo peccato di azione che di omissione, finché non ci assumiamo le nostre responsabilità non ne usciremo. E non perché la speranza te la deve dare qualcun altro. Una democrazia rappresentativa non può vivere così, la nostra è destinata a farsi comandare da gente che viene dalle catacombe. Bisogna cambiarla, la mentalità italiana, altrimenti è giusto che l’Italia ritorni a essere quello che diceva Metternich al Congresso di Vienna, un’espressione geografica.
Cavour disse: fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani. Cavour aveva un suo piano, il problema è che è morto. E il suo piano non era quello che è stato fatto dopo. Cavour era un massone, ma anche una persona intelligente. Il Risorgimento l’ha fatto Cavour, non Mazzini e Garibaldi, che poi l’hanno infiammato. Chi l’ha progettato e aveva le idee chiare su cosa c’era da fare dopo era Cavour. La disgrazia dell’Italia è stata che è morto. E al suo posto è andato un idiota, che si chiamava Ricasoli. Il che ha significato rovinare l’Italia – dall’inizio, da quand’è nata. E’ stata tutta una conseguenza. Ma noi avremmo potuto sovvertirla, questa conseguenza, se fossimo diventati un popolo laico, di gente che si interessa, che ha un’idea, un’ideologia, un ideale, un progetto, e va a vedere se le persone a cui sta dando la sua fiducia quel progetto lo portano avanti. Questo, gli italiani non l’hanno fatto. Io sono stato al congresso del Partito Socialdemocratico svedese quando c’era Olof Palme, che ancora oggi non si sa perché è morto. E ho visto quante persone c’erano. Non c’erano mica quelli caricati coi pullman, come ai congressi Cavouritaliani. In Inghilterra la gente va, si interessa, controlla quello che fanno, vanno persino ai consigli comunali. Al sindaco di Edimburgo, che è mio amico, vanno a rompere i marroni ogni giorno, su quello che ha deliberato il giorno prima.
Ma l’Italia dov’è stata, fino ad ora? La gente che si lamenta nei bar dov’è stata fino ad oggi? Finché gli davano la pancia piena, la possibilità di evadere il fisco e il posto da forestale in Meridione, il 90% degli italiani non ha detto un cazzo. Hanno votato chi dovevano votare e sono stati zitti. Adesso che gli manca il pane vanno nelle piazze – adesso, che non ci sono più soldi da evadere, o forestali da sistemare, o quattordicesime da riscuotere. Ma che popolo è? Ma perché non dice: ho sbagliato anch’io, fino ad oggi, e cambia? E’ facile dare la colpa agli altri, sempre agli altri, solo agli altri. E’ più difficile invece assumersi delle responsabilità, che in Italia sono nette, precise, inequivocabili. E se c’è un potere occulto fatto in quel modo, un potere massonico fatto così, la prima colpa è dei massoni. Non capiscono che, una volta che costruisci una struttura che va in una certa direzione, la dottrina può essere la più bella del mondo, ma la struttura la fa fuori. Però la colpa viene sempre dal basso: continuare a cercare la colpa in alto significa voler assolversi, non voler capire che si è sbagliato. E soprattutto, non voler cambiare.
(Gianfranco Carperoro, estratti delle dichiarazioni rese il 13 maggio 2014 alla conferenza pubblica dell’associazione “Salusbellatrix” a Vittorio Veneto, ripresa integralmente su YouTube. Studioso di simbologia, esoterista, già avvocato e magistrato tributario, giornalista e pubblicitario, Carpeoro è autore di svariati romanzi ed è stato “sovrano gran maestro” della comunione massonica di Piazza del Gesù).

fonte: www.libreidee.org

anal - guida per principianti


Dopo la trilogia del Pompino e il post sul cunnilingus cosa ci rimane?
Il sesso anale.
Ecco, quindi, i consigli per chi si vuole cimentare in questa pratica.
Se siete la parte attiva non ci vuole molto:
vi serve un cazzo, possibilmente duro, lo infilate dentro e via di movimenti pelvici.
Se, invece, siete la parte passiva ed è la prima volta che vi cimentate in questa pratica...beh il culo che verrà sfondato è il vostro e, quindi, vi conviene preparavi come si deve.

Ecco un pentalogo utile, spero, per i principianti.

1. Rilassare la mente e il corpo.

Stendetevi, rilassate i muscoli, svuotate la mente...fumatevi un po' d'erba...

2. Utilizzare un sacco di lubrificazione.

A differenza della vostra deliziosa fichetta, il culo non produce lubrificante e, quindi, più lubrificante usate e meglio è.
Si consiglia il lubrificante a base acqua...io lo preferisco a base Sambuca però.

3. Comunicare

A meno che non siate impegnate in una ganbang e vi ritroviate a succhiare un uccello, comunicate.
Parlate al vostro partner delle vostre paure o dei desideri e parlate anche durante.
Se vi fa male, se deve essere più veloce, più lento.
Probabilmente il vostro lui non capirà più un cazzo dalla smania di scoparvi il culo per poi andarlo a raccontare agli amici e, quindi, non pensate "eh ma capirà se mi fa male" perché lui cercherà di infilarvelo dentro tutto il prima possibile. Se vi fa male, diteglielo.
Se non capisce, infilate una mano sotto, afferrategli le palle e stringete come se voleste spremere un limone. Vedrete che il messaggio subliminale verrà capito subito.

4. Mantenete il controllo.

Il culo è vostro e, quindi, voi dirigete il gioco.
Voi dovrete muovervi come desiderate e nel modo in cui ritenete più opportuno, proprio per evitare di sentire troppo dolore.
Il buco del culo è una zona molto sensibile.

5) Sicurezza.

Ah lo so che è bello fare come si vede nei video:
culo, figa, culo, figa, e poi un bel pompino con ingoio.
Passare dalla figa al culo è ok ma il contrario è sconsigliato dato che questa pratica può portare ad infezioni.
E se usate il preservativo fate in modo di cambiarlo quando dal culo passate alla figa.
Magari indossatene due o tre e poi fate come le visiere a strappo della moto GP: cambiando buco sfilate quello sopra e sotto ci sarà quello nuovo.

Consiglio:

ci sono molte terminazioni nervose condivise tra le pareti della vagina e l'ano:
stimolare entrambi i buchetti può essere estremamente piacevole.
Alle amiche consiglio un paio di cazzi ma se il vostro lui è "antico" come il sottoscritto, che non ama le cose a tre, per l'altro orifizio si possono usare vibratori, dildi, dita, ortaggi, smartphone...

Bene, adesso vedete voi se farlo o meno.
Magari provate e scoprite che non vi piace ma niente paura:
a The Cunnilinguist non importa scoparvi o meno il culo.
Quindi se il vostro lui non vuole più saperne di voi, potete contattarmi dal lunedì al venerdì.
Che poi io ce l'ho piccolino e se volete allenarvi all'anal sono ideale.


Grazie a Glamour

fonte: cunny-honey.blogspot.it

giovedì 19 febbraio 2015

perché così tanti temono la solitudine e l'isolamento?

"Non vogliamo aprire la porta dell’introspezione, perché sappiamo da qualche parte, oltre l’intontimento psichico, che il nostro vero sé ci sta aspettando, per farsi una chiacchieratina con noi". 




Un neonato si sveglia solo nella culla e piange. Le memorie genetiche gli dicono che questo farà arrivare la mamma. Da qualche altra parte, nella stessa notte un bimbo gattona verso il letto dei genitori, chiedendo di dormire con loro. NON ha paura del buio, ma di essere SOLO nel buio. Proprio già in strada in quella stessa notte, una donna picchiata ritorna dall’uomo che l’ha picchiata, esattamente per la stessa ragione.
Senza dubbio, gli umani posseggono la memoria genetica di quando eravamo preda di predatori nella notte; senza dubbio questo grava sul perché nel buio non ci sentiamo a nostro agio e addirittura vulnerabili. Siamo una specie sociale che prima ha vissuto insieme, scoprendo sicurezza nel numero; avendolo poi trovato vantaggioso, lo ha scelto come stile di vita permanente. Non solo ci piace la compagnia degli altri, ma ne siamo dipendenti, persino ne abbiamo bisogno su un piano psicologico.
Il pendolarismo per andare a lavoro è spesso una zona di solitudine … che immediatamente riempiamo con cellulari, bluetooth, ipad…qualsiasi cosa sia necessaria per evitarci di essere soli con i nostri pensieri ed emozioni. In ogni giorno delle nostre vite, dedichiamo molta energia mentale per evitare periodi prolungati di solitudine.
Oggidì i video della tv sono un equipaggiamento standard su molti voli di linea e persino su auto di alto livello, tutto questo in armonia con la nostra predilezione per la distrazione dai nostri pensieri; l’acquisizione di denaro diventa la distrazione primaria da una simile introspezione, per la quale invece la solitudine fornisce spazio.
La società è colma di migliaia di varie distrazioni quotidiane, fornendoci ampie occasioni di fuga dalla solitudine. Abbiamo persino inventato un paio di giochi di carte, quali perditempo, per impedirci di pensare alle cose a cui non ci piace pensare.
Senza dubbio la TV è cosi popolare per il fatto che non richiede molto pensiero, anzi ci porta via i pensieri, con tutti gli aspetti negativi del caso.
Di fatto, all’essere umano medio, la solitudine e l’isolamento sembra che infondano un vero disagio e persino dolore; questa la ragione per cui i genitori, le scuole e le prigioni usano un confino solitario come punizione efficace.
"I due giorni piu’ importanti nella nostra vita, sono il giorno in ci si nasce e quello in cui scopri perchè". Mark Twain -
Perché cosi tanti adulti razionali temono la solitudine e l’isolamento? Perché ci sentiamo cosi a disagio durante prolungati periodi di isolamento? La prossimità degli altri, ci da qualcosa che non possiamo ottenere da soli? Oppure si tratta piuttosto di una questione attinente all’avversione… ovvero al fatto di evitare ciò che mette a disagio?
Puo’ essere che siamo a disagio con la solitudine perché apre la porta dell’introspezione, permettendoci l’opportunità di essere faccia a faccia con i nostri piu’ veri pensieri ed emozioni… il nostro sè essenziale.
Vero è che ognuno di noi ha bisogno, regolarmente, di un “tempo per sé”, per tenere a bada l’inconsistente presa sulla realtà e mettere in ordine le cose. Tuttavia la solitudine a cui mi riferisco non è del tipo di “manutenzione regolare”, ma è molto piu’ prolungata per sua natura.
La reazione avversa ad una solitudine prolungata si riferisce al tempo passato nell’utero durante la gestazione, come fosse una sorta di memoria latente di essere impotenti nel limbo liquido?
Potrebbe essere questa la ragione per cui generalmente evitiamo di essere soli per lunghi periodi di tempo? Me lo chiedo. Ci potrebbe essere una spiegazione diversa.
Mentre traiamo grandi benefici dal tempo “per noi stessi” di ordine intenzionale, e lo troviamo una necessità, troppo di una buona cosa ha spesso dei risultati non voluti. Uno di questi, nella estesa solitudine, è che prima o poi finiranno le distrazioni e ci saranno altre cose a cui pensare … che arriveranno ad essere faccia a faccia con il nostro vero sé.
"La Vita ti scoverà ovunque andrai"  ~  Warren Zevon
Un esempio eccellente è il modo in cui la gente di solito si comporta quando c’è un black out…Quando la corrente se ne va, la prima vera cosa buona che accade, è che la griglia elettromagnetica intorno a noi crolla . Mentre c’è corrente, è come essere dentro una gabbia elettrificata, con tutti i fili alle pareti e soffitto, per non dire tutti i vari motori elettrici e circuiti che girano in tutte le varie nostre applicazioni.
Quando il la corrente viene a mancare ciò che realmente si percepisce è che la gabbia di elettricità cade…e nel momento successivo tutto sembra diverso.
Per un attimo è come essere in campeggio, ma mentre la nostra infrastruttura continua a deteriorarsi senza venire riparata, i blackout durano piu’ a lungo e colpiscono aree piu’ estese. Confinate una famiglia di quattro persone in casa propria ma senza elettricità per tre giorni ed osservate che accade…
Cosa stiamo realmente evitando nel rifuggire la solitudine?  Penso che non è cosi tanto la solitudine in sé, ma cio’ che accade durante tali periodi, quando tutte le distrazioni e cio’ che fuorvia se ne sono andate...cosi come le cose superflue su cui perdere energia mentale; cosi alla fine bisogna stare di fronte al vero sè, con i suoi pensieri e sentimenti.
Che ne è se la tua auto-immagine e tutto il tuo sistema di credenze non tengono piu’ sotto il peso di una costante introspezione e scrutinio? Potrebbe sembrare una valida ragione per evitare una solitudine prolungata e perché siamo cosi riluttanti ad “andare in quel luogo”?
"Un buon giorno è quando non si presenta nessuno alla tua porta e non devi andare da nessuna parte". Burt Shavitz -
Certo siamo creature sociali e scopriamo anche di essere una bella moltitudine diversa e abbiamo eccezioni ad ogni norma. Pensiamo agli eremiti: coloro che per varie ragioni hanno intenzionalmente eletto di vivere soli, separati dalla massa della umanità.  Mentre c’è un rifiuto sociale verso quella percentuale che vive in isolamento, la grande maggioranza dei solitari si ritirano per ragioni spirituali e filosofiche, inclusa una parte che non puo’ tollerare di vivere tra masse di sognatori dormenti.
E’ molto vero che per crescere spiritualmente in questa vita, ci sono certe lezioni che possono essere apprese solo in una o due relazioni qua e là.  Ma è vero anche il contrario. Ci sono certe lezioni che possono essere apprese solo in solitudine come stile di vita scelto.
Molto spesso la gente sceglie questa ultima soluzione, dopo aver fatto un po’ di tentativi nell’altra. Non possiamo crescere senza la saggezza raggiunta con relazioni sane ma non possiamo veramente conoscere noi stessi senza la grazia della solitudine.
Mentre la maggior parte della gente dice che troppa solitudine la manda fuori di testa, per alcuni un tale isolamento in sé , è una via verso la salute mentale.
Poi ci sono quelli che sono cosi abbattuti e disillusi dalla vita, con la sua miriade di delusioni, che la solitudine diventa la scelta meno dolorosa e quindi la scelgono.
C’è una libertà nella solitudine, la libertà dalle macchinazioni e manipolazioni di coloro che vivono molto vicini… la libertà dai giochini della mente. La solitudine consente un contesto conduttivo per concentrarsi senza distrazione o depistaggio. La solitudine è un terreno per la creatività, dove nessuno se non te stesso puo’ rovinare il tuo lavoro: consente anche quell’auto-scrutinio infinito sugli errori del passato mentre tende di evitare quelli futuri!
La solitudine è un isolante dall’oceano di vibrazioni negative, cosi dilaganti ovunque ci siano congreghe di umani in grande numero ed un rifugio da coloro che hanno cuori anneriti e che contaminano tutti quelli che hanno intorno.
La solitudine, quando è misurata in anni o decenni, diventa sia una scelta di stile di vita conscio che… un cattivo karma.
Essere in una relazione da un senso di convalida e di valore perché un altro desidera essere con te, cosa che aiuta l’autostima. Al contrario, l’isolamento da fastidio all’ego umano, che sussurra la menzogna che non si è amati né voluti. La società sfrutta questa dicotomia nel momento in cui ritrae i senzatetto come degli avatar negativi che devono essere evitati, cosi come ritrae qualcuno che sta morendo da solo come qualcuno che ha buttato via la sua vita. Questa propaganda sociale esiste per alienare ulteriormente e polarizzare i non conformisti che spesso affiorano.
Vi siete mai chiesti perchè i ricercatori spirituali sono spesso ritratti come coloro che devono ottenere saggezza da qualche guru che vive in qualche grotta sulla cima della montagna?
Questo da voce alla nozione che per scoprire la conoscenza spirituale ci si debba isolare dal ciccaleccio della società.
La verità è che moltissimi cercano conoscenza spirituale in varie esperienze ed espressioni, raccogliendo saggezza da quanti piu’ insegnanti possibile e va bene cosi.Tuttavia c’è l’unica via per incontrare e conoscere il tuo vero sé… niente all’infuori di te puo’ fare questo, se non la solitudine e il desiderio di fare questo incontro.
L’avversione ad incontrare il tuo vero sé puo’ bene aver a che fare con il non desiderio di vedere cosa ha da mostrarti e questa è la ragione per cui la gente ha attivi i meccanismi di difesa ed uno smart phone pieno di apps per distrarsi.
E’ anche la ragione per cui la piu’ parte evita solitudini prolungate ed isolamento. Perché strutturiamo le nostre vite in modo tale da non avere mai il tempo per una decente meditazione, per non dire per passare una settimana da soli da qualche parte?
Perché persino pensiamo che non farlo sia salutare?Il messaggio del nostre vero sé è forse stato bloccato dal nostro desiderio quotidiano di distrazione e depistaggio?
Da cosa esattamente cerchiamo distrazione? Chieditelo.
 "la caverna in cui temi di entrare, conserva i tesori che cerchi". J Campbell
Molto piu’ spesso che non il contrario, siamo come neonati ciechi in un alveare, quando si tratta dell’unica persona da cui non possiamo sfuggire: noi stessi! Sembra che faremmo volentieri qualsiasi altra cosa, piuttosto che paragonare la nostra auto-immagine a quella del vero sé
Non vogliamo aprire la porta dell’introspezione, perché sappiamo da qualche parte, oltre l’intontimento psichico, che il nostro vero sé ci sta aspettando, per farsi una chiacchieratina con noi.
E noi…semplicemente non siamo pronti per quella conversazione.
Che la Fonte sia con te!
"ero solito pensare che la cosa peggiore della vita, fosse finire con l'essere da soli.
Non lo è. La cosa peggiore nella vita  è finire con persone che ti fanno sentire da solo!

traduzione Cristina Bassi per www.thelivingspirits.net

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