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mercoledì 12 luglio 2017

Salvatore Giuliano. Il bravo ragazzo che ammazzava la gente


Il 5 luglio del 1950 Salvatore Giuliano fu ritrovato senza vita nel cortile della casa di un avvocato di Castelvetrano. Da quel giorno del bandito  non resta che il cadavere, piegato nella posa innaturale della morte nel cortile di De Maria. Nei momenti successivi l’evento il tenente Ugo Luca, esperto di guerriglia che il governo ha appena messo a capo del nuovo Corpo forze repressione banditismo, ritiene di ufficializzare una notizia falsa tramite un marconigramma inviato a Mario Scelba. [1] 
Secondo il documento Giuliano sarebbe morto in seguito ad una sparatoria con i carabinieri: dalla semplice osservazione della salma quest’evento è impossibile. Nella fretta di allestire la scena del crimine, il corpo di Giuliano è posto a valle del rivolo di sangue che gli cola dalle ferite.
La versione dei fatti non convinse.
Il giornalista Tommaso Besozzi pubblicò un’inchiesta sulla morte del bandito nella quale evidenziò diverse incongruenze, e indicò come assassino di Giuliano l’amico del bandito Gaspare Pisciotta. [2]
Durante le udienze del processo per il massacro di Portella della Ginestra, tenutosi a Viterbo, Pisciotta si accusò dell’omicidio, incolpando i deputati monarchici Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso e i democristiani Bernardo Mattarella e Mario Scelba di essere i mandanti della strage di Portella, dichiarando che costoro incontrarono Giuliano per mandarlo a sparare sulla folla. [3]


La ricostruzione di Pisciotta si basa sul fatto che sia stato lui a sparare, a tradimento, a Salvatore Giuliano e che i carabinieri si sarebbero limitati a trascinare il corpo del bandito nel cortile e a sparargli addosso quando era già morto. 
Questa è una delle sedici ricostruzioni della morte di Giuliano.
La corte d’Assise di Viterbo considerò infondate le accuse di Pisciotta poiché aveva fornito nove diverse versioni sui mandanti politici della strage.
Infondate le giudicò anche l'Ufficio istruzione presso la Corte d’Appello di Palermo, che si mosse in seguito alla denuncia presentata dal Giuseppe Montalbano, del PCI, contro tre deputati monarchici e che escludeva coinvolgimenti di Scelba e Mattarella
Gaspare Pisciotta fu avvelenato nel carcere dell’Ucciardone, nel 1954, con un caffè alla stricnina.
In poche righe abbiamo introdotto la morte di Giuliano e la strage di Portella della Ginestra.
Due episodi che hanno segnato i primi anni della Repubblica Italiana.
In realtà Salvatore Giuliano era un bandito?
Torniamo indietro nel tempo, al 2 settembre 1943: Salvatore Giuliano, che durante l’occupazione alleata lavorò come fattorino per una società elettrica, fu fermato ad un posto di blocco dei carabinieri. L’ora del tramonto per Giuliano rappresentò l’alba di un nuovo modo di vivere: sulla strada che da Sferracavallo porta a Quarto Mulino, il ragazzo sbatte contro un posto di blocco istituito dalle forze dell’ordine per controllare il fenomeno del contrabbando. I militari gli chiedono i documenti con le armi puntate al petto. Qualche istante dopo sopraggiunge un secondo contrabbandiere: i carabinieri corrono verso l’uomo lasciando a Giuliano la libertà di scappare nei campi. I militari aprono il fuoco in direzione del fuggitivo che, nascosto nella sterpaglia, risponde uccidendo Emanuele Mancino. Giuliano, ferito, cerca di riparare al paese che gli ha dato i natali, Montelepre. Nascosto nella boscaglia attende il buio per giungere nel borgo di Borgetto dove, a casa d’amici, riceve le cure mediche che gli permettono di sopravvivere. Quella notte muore il contrabbandiere e nasce il bandito.


Salvatore Giuliano bandito per effetto del caso?
Dopo l’uccisione del militare, per Giuliano la latitanza è una scelta obbligata.
Latitanza per le forze dell’ordine poiché chi fugge dalla legge può contare sulla simpatia del popolo. Di giorno si nasconde in una grotta sulle alture sovrastanti Montelepre, la sera torna nelle strade del suo paese. La notte di Natale un nuovo evento sconvolge la vita dell’ancora ragazzo Salvatore: un gruppo di carabinieri, in seguito ad una soffiata, entra nei vicoli del paese cercando il bandito. Non trovando l'omicida del militare arrestano 125 persone, caricandole sulle camionette. Il fatto sconvolge Giuliano che decide di palesarsi alla luce della luna. I militari sparano, non riuscendo a colpirlo. Il bandito spara solo tre colpi, uno dei quali raggiunge ed uccide il tenente Aristide Gualtieri. La vendetta non si conclude con questa morte. Un mese dopo uccide il diciottenne Vincenzo Palazzolo, colpevole della soffiata che permise ai carabinieri di entrare a Montelepre la sera di Natale.
Il piccolo contrabbandiere, divenuto omicida per caso, comprende che è il momento di agire su larga scala. Il momento del giustiziere solitario è terminato: è ora di formare una banda.
I membri sono reclutati dalle carceri di Monreale. La storia si confonde alla leggenda: Giuliano si presenta sotto le mura del carcere e lancia le lime necessarie a segare le sbarre. Per coprire il rumore della lima sul ferro i monteleprini cantano a squarciagola fino a quando le sbarre cedono. Liberi da vincoli possono salire sulla scala che lo stesso Giuliano ha posto ai piedi delle finestre per consentire l’evasione di massa. La storia potrebbe raccontare dell’aiuto del capomafia di Monreale, Ignazio Mileti.
1944 in Sicilia. Da poco tempo si era consumata l’operazione Husky, con cui gli americani erano sbarcati nell’isola. Questo fatto non è esente da collegamenti esterni alla guerra: per non avere problemi ad avanzare nell’isola gli americani trattarono con il Sindacato, nome del tempo di Cosa Nostra, che portò alla liberazione di Lucky Luciano.
Quest’operazione era necessaria per non avere belligeranza da parte della popolazione locale?
La risposta la troveremo in un secondo tempo, in un luogo diverso da quest’articolo.
Chiusa la parentesi del secondo conflitto mondiale si apre un’altra guerra, quella di Salvatore Giuliano. In questo periodo Giuliano diviene famoso per fatti di cronaca nera e per la determinata ferocia con cui eliminava gli avversari.
Secondo stime ufficiali il numero complessivo delle vittime della banda è calcolato in 430.
Il bandito è molto abile anche nella comunicazione o propaganda di se stesso: quando il ministro Romita impone una taglia di 800.000 lire sulla sua testa, risponde con manifesti in cui arriva ad offrire 2.000.000 lire aggiungendo che “sono migliore pagatore io”.
La banda di Giuliano, dopo essersi dedicata alle estorsioni ed alle rapine, prende di mira le caserme dei militari: i luoghi colpiti dagli uomini di Montelepre sono Grisì, Pioppo, Borgetto e la stessa Montelepre.
E’ palese la decisione di innalzare il livello dello scontro con le istituzioni.
Il motivo?
Nel corso del tempo Salvatore Giuliano è divenuto un uomo dell’EVIS (Esercito dei Volontari per l’Indipendenza della Sicilia), braccio armato del MIS: partito cui Giuliano non può considerarsi un simpatizzante poiché, durante incontri segreti, ha ricevuto i gradi di colonnello.
Quali furono le modalità d’ingresso del bandito nell’EVIS?
La storia racconta che il bandito chiese 10.000.000 lire per entrare nel braccio armato del MIS, richiedendo espressamente il grado di colonnello.
Chi cura i rapporti tra il MIS e Giuliano?
Un ex partigiano che risponde al nome di Pasquale Sciortino, cognato del bandito poiché sposo della sorella Mariannina. Il MIS fu fondato da Andrea Finocchiaro Aprile per promuovere l’indipendenza della Sicilia. L’EVIS rappresentava il braccio armato di questo movimento, espressione dell’aristocrazia e del latifondo d’antica memoria.


Giuliano come s’inserisce in quest’ambiente politico?
All’interno del movimento vi sono due anime distinte: quella destrorsa convive con una sinistra radicale che vede l’indipendenza come il primo passo di una società d’uguali, dove la terra è di chi lavora e non di chi la detiene in virtù d’antichi privilegi.
In un siffatto ambiente può trovare spazio, con il grado di colonnello, un contrabbandiere divenuto bandito ed omicida per caso.
Un passaggio fondamentale di questa storia è rappresentato dalle elezioni politiche del 20 aprile 1947: il blocco delle sinistre ottiene la maggioranza dei voti in Sicilia, quasi 600.000, mentre il movimento separatista poco più di 100.000.
Elezioni del 20 aprile 1947.
Ricordate questa data.
Il primo maggio è vicino.
Salvatore Giuliano raduna i suoi uomini.
Poche parole: “E’ giunta l’ora della nostra liberazione”.
Il bandito divenuto colonnello impartisce ordini.
Primo Maggio 1947, Portella della Ginestra.
Prima strage di Stato?
Quel giorno una massa di contadini, con famiglie al seguito, si raduna in aperta campagna per festeggiare con carri addobbati a festa e bandiere rosse.
I banditi, armati di mitragliatrici, sparano sulla folla.
Restano sul terreno sette adulti e quattro bambini o ragazzi, dai sette ai 15 anni.
La loro colpa?
Trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Gli uomini di Giuliano non erano soli.
Vi erano esponenti della mafia di San Giuseppe Jato, San Cipirello e Piana degli Albanesi.
Il giorno seguente la strage dai banchi della Democrazia Cristiana si alza il grido: “Portella della Ginestra non è stato un delitto politico”.
I parlamentari comunisti, guidati dall'onorevole siciliano Girolamo Li Causi, intuiscono che dietro alla mattanza, non politica secondo la DC, vi è una strategia del terrore.
Il 20 giugno dello stesso anno Giuliano conferma l’intuizione dei comunisti: la sua banda agisce contemporaneamente in sei diversi luoghi attaccando, con bombe a mano, le sedi locali del PC e della camera del lavoro.
Non vi era la politica dietro Portella della Ginestra?
La strategia del terrore non manca di portare frutti alla causa: Alcide de Gasperi si dimette da presidente del consiglio e forma un nuovo governo, dove le sinistre sono escluse.
A livello regionale la cesta dei frutti è molto ricca: le nuove elezioni politiche, 18 aprile 1948, portano in dono alla DC l’assoluta maggioranza dei voti.
Nel breve spazio di un anno i siciliani si sono disamorati dell’ideale comunista.
Subito dopo le elezioni, gli atti di terrore della banda Giuliano si esauriscono, quasi a voler spiegare che gli effetti sperati si sono materializzati.
Tra il 1948 e l’anno successivo, sotto le armi della banda di Salvatore Giuliano, cadono diversi esponenti della Mafia.
Consapevole di essere divenuto scomodo a coloro che lo avevano sostenuto, Giuliano iniziò a fare allusioni sui rapporti intrattenuti con noti esponenti politici, tra cui l’onorevole Mario Scelba, citato espressamente in una lettera inviata all’Unità nel 1948.
Giuliano vive sempre più isolato.
Si giunge al 1950, anno della morte del bandito e delle sedici diverse ricostruzioni dell’evento.
Il giornalista americano Michael Stern, che intervistò il bandito, paragonò il siciliano a Robin Hood, concludendo: “Salvatore Giuliano è un bravo ragazzo, un ragazzo sincero. Ha un solo lato sbagliato: gli piace ammazzare la gente”.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Documenti
- Relazione sui rapporti tra mafia e banditismo in Sicilia con relativi allegati - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia V LEGISLATURA
Ordinanza di rinvio a giudizio per i responsabili della strage di Portella della Ginestra 
Bibliografia
-Carlo Ruta, Il binomio Giuliano-Scelba. Un mistero della Repubblica?, Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 1995
-Carlo Ruta, Giuliano e lo Stato. Documenti sul primo intrigo della Repubblica, Edi.bi.si., Messina, 2004
-Cristiano Armati, Italia Criminale. Quella sporca dozzina. Newton compton editori. 2006
-Vincenzo Vasile. Salvatore Giuliano. Bandito a stelle e strisce. Baldini Castoldi Dalai. 2004
-Gavin Maxwell. Dagli amici mi guardi Iddio. Feltrinelli. 1957




[1] Mario Scelba: membro della Consulta nazionale per la DC, nel dicembre 1945 divenne Ministro delle poste e delle telecomunicazioni nel primo governo De Gasperi. Eletto, nel 1946, deputato all'Assemblea costituente nel collegio di Catania, fu nominato ministro dell'interno da De Gasperi il 2 febbraio 1947.
[2] Tommaso Besozzi. Di sicuro c’è solo che è morto.
[3] Bernardo Mattarella: nei primi due governi del Comitato di liberazione nazionale, presieduti da Ivanoe Bonomi e composti da tre ministri e tre sottosegretari per ciascuno dei sei partiti del CLN (1944 – 1945), ricoprì la carica di Sottosegretario alla Pubblica Istruzione. Nel luglio 1945, con De Gasperi Segretario nazionale, divenne vice segretario della Democrazia Cristiana, insieme ad Attilio Piccioni e a Giuseppe Dossetti. Dal settembre 1945 al giugno 1946 fece parte della Consulta Nazionale. 

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