CRISTO MORTO - ANDREA MANTEGNA

sabato 15 luglio 2017

crop circles: la chiave

Claudio Dall'Aglio

Tanti anni fa ho incominciato ad interessarmi ai crop circles perché sono rimasto affascinato dalla geometria e dalla simbologia delle splendide formazioni che apparivano nelle coltivazioni dell’Inghilterra e di tutto il mondo.

Ora, con anni di ricerche alle spalle, sono arrivato al punto di ritenere che il fenomeno non si possa più considerare fine a se stesso. Penso, infatti, di aver trovato una sorta di chiave che ci servirà ad afferrarne il messaggio. Per poterla comprendere, però, dobbiamo fare un grosso passo indietro nel tempo partendo dalla storia antica, che sta alla base del simbolismo esoterico, dal greco esoterikos (interno o dentro, riferito ai sacri misteri). Nella ricostruzione storica degli eventi toccheremo, per brevità, solamente alcuni momenti storici essenziali, che legano il filo del discorso.

450 mila anni fa, secondo la mitologia Sumera

Un popolo proveniente dal pianeta Ni.bi.ru approdò sulla terra alla ricerca di un materiale molto prezioso per la sopravvivenza del proprio mondo, l’oro...


Il luogo dell’atterraggio fu la Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, che oggi si chiama Iraq.

Dopo il primo insediamento fu avviata la colonizzazione, la costruzione di più installazioni ed un Centro Controllo Missione Terra che regolava le navi in partenza e in arrivo. Col tempo i colonizzatori si misero a scavare anche nel sud dell’attuale Africa e col passare dei millenni si resero conto che avevano bisogno di mano d’opera. Fu così che, grazie alle loro conoscenze, decisero di creare un essere lavoratore da addestrare che li potesse aiutare (130.000 a.c.).Bryan Sykes, titolare della cattedra di Genetica Umana ad Oxford, ha scoperto che il DNA mitocondriale di tutta la razza umana discende da un'unica donna (chiamata dagli scienziati Eva mitocondriale ) vissuta nell’Africa meridionale tra 120.000 e 150.000 anni fa.

Grazie ad En.Ki (il Signore della Terra – il Comandante Scientifico della missione) dopo diversi tentativi nacque l’Uomo. Adamo e Ti.Amat (Eva), i progenitori della razza terrestre, vissero per un breve periodo nell’E.Din (la Casa dei giusti, in Mesopotamia, che noi conosciamo come il giardino dell’Eden) e poi furono allontanati da En.Lil (il Signore in Comando) che non li accettava e che non approvò mai la loro creazione. Con un secondo intervento genetico, da parte di En.Ki, due figlie di Adamo ed Eva diedero alla luce Adapa e Titi che a loro volta generarono Abele e Caino e altri 30 maschi e 30 femmine. Dopo sei generazioni nacquero: Enoch (En.Ki.Me – colui che ha ottenuto la conoscenza), Matushal, Lamech e poi Ziusudra (Noè).

In quel periodo i colonizzatori cominciarono a farsi trattare come Dei onnipotenti.

Un grande diluvio spazzò via ogni cosa dalle terre colonizzate, ma gli Dei riuscirono a mettersi in salvo ritirandosi sulle navi in orbita attorno al pianeta. En.Lil (il Signore in Comando) ordinò, prima della catastrofe, che non fosse salvato nessun terrestre. En.Ki (il Signore della Terra), invece, cercò di salvare, almeno in parte le proprie creature e avvertendo Ziusudra, che riuscì a mettersi in salvo costruendo una nave. Insieme a lui e alla propria famiglia salì sulla nave anche un “attendente” di En.Ki, che li guidò nella navigazione. Quando le acque si ritirarono gli Dei scesero sulla terra e si riinsediarono ma le terre riemerse non erano più abitabili come prima e così dovettero spostare gli insediamenti più a nord della Mesopotamia costruendo il Centro Controllo Missione a Shu.Lim (l’attuale Gerusalemme), il Centro Supremo delle quattro regioni (rappresentato dal simbolo in fig.1). In quel periodo il luogo di atterraggio era Baalbek (nell’attuale Libano) e la traiettoria di discesa per le loro navi era definita dalla direttrice formata dal monte Ararat e dalla grande piramide di Giza. Testimonianze di una civiltà avanzata si trovano tuttora a Gerico e risalgono al 7300 a.c..


Nei millenni successivi i due clan Anun.na.ki (il cielo che giunge in terra) dei due fratelli En.ki ed En.lil e dalle loro rispettive progenie, nate sulla terra, si spartirono i territori che andavano dall’Egitto all’India passando per tutto il medio oriente.

Il clan di En.ki s’insediò in Egitto ed in alcune zone del nord dell’attuale Iran mentre la stirpe di En.lil nelle restanti zone del medio oriente e dell’attuale Pakistan. In Egitto il culto di Ptha (En.ki), il signore della creazione, e dei suoi discendenti Thoth (Nin.gish.zid.da) e Ra (Marduk) sono tuttora ricordati e provengono dalla mitologia Sumera-Accadica. Gli egizi, ad esempio, sapevano che Ptha proveniva da una città lontana di nome Ur che si trovava, per loro, nel lontano est. Della fazione di En.Lil, invece, i nomi più altisonanti che sono arrivati fino a noi sono: Nannar (il dio Sin) ed Inanna (per gli egizi Ishtar).

Dopo che l’Uomo divenne indipendente gli Dei si ritirarono dal comando mettendo a capo delle regioni i loro “Sacerdoti” che facevano da tramite tra loro e i “terrestri”. Tutt’ora in Iran il “capo” del paese è una guida spirituale. Le progenie dei due clan però non erano in accordo tra loro e coinvolgevano nelle loro vicende i comandanti “terrestri” che, per ingraziarsi l’uno o l’altro Dio, si lanciavano in guerre contro i loro simili. Così nacquero i confini tra le varie terre e con l’episodio di Babele (Bab.ili = Babilonia o porta degli dei) iniziarono le divisioni linguistiche (fig.1a). In quel tempo il pantheon Sumero contava dodici dei.

Il clan di En.lil si rese conto che la situazione stava diventando insostenibile e così decise di proporsi con un unico nome, Yahweh (colui che è). Gli enliliti scelsero come loro “tramite” Abraham (Abramo), nato a Nippur e figlio di un “sacerdote”, che divenne il capostipite della stirpe ebraica. Il termine Ebrei, infatti, proviene da Ni.ib.ri (= coloro che provengono da Nippur ) che in accadico diventò Ib.ri e poi Ebrew. Ad Abramo fu ordinato di prendere il proprio esercito, la propria famiglia e di trasferirsi in terra d’Israele per portare ordine e fondare il proprio popolo. Yahweh disse ad Abramo “Non ti imparenterai con loro (i non-ebrei), non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe” Deuteronomio (7:3).

Nel 2300 a.c. l’eterna diatriba fra clan portò allo scontro di alcuni loro esponenti i quali utilizzarono armi atomiche per distruggere le rampe di lancio delle navi situate sul monte Sinai. Tutt’oggi i livelli di radiazione nella penisola del Sinai sono decisamente superiori alla norma. Gli effetti del vento radioattivo, che si propagò verso est, annientarono la civiltà in mesopotamia per circa due secoli. Ci sono racconti di quel tempo, della zona di Ur, che descrivono un vento che portò morte lenta e dolorosa, tipica dell’avvelenamento da radiazioni.

Gli dei-esploratori trovarono altri siti in America meridionale dove estrarre oro con facilità, quindi costruirono altre rampe di lancio per le proprie navi e poi fu firmato un accordo tra i due clan. Quetzalcoatl fu il nome meso-americano che prese il dio che in Egitto si faceva chiamare Thoth (Nin.gish.zid.da in sumero). Nel 550 a.c. sembra che ci sia stato l’epilogo e che gli dei se ne siano andati o perlomeno che si siano ritirati dal pianeta Terra lasciando le loro conoscenze ai loro sacerdoti. Lo dimostra un’incisione che si trova sulle colonne del tempio di Haran in Turchia.

La storia prosegue

Nasce Gesù Cristo, Gesù deriva da Yehoshua che significa “Yahweh è salvezza” e Cristo da Kristos (greco), che equivale a Masiah in ebraico, che vuol dire Messia. Questo dio fissa un punto fermo nella storia e ridarà una speranza ai terrestri. La discendenza di Cristo che Maria Maddalena portava in grembo raggiunse la colonia ebraica in Provenza. Da lì il sangue reale (Sang Real) si diffuse, col tempo, attraverso la casata Merovingia a tutte case reali più importanti d’Europa. Durante l’impero di Enrico IV, del Sacro Romano, Impero iniziarono le crociate, volute da Papa Urbano II. Dopo che nel 1099 i Crociati conquistarono la Terra Santa il Maestro Hugues de Payens, con un gruppo di otto uomini arrivò a Gerusalemme (Shu.lim = il luogo supremo delle quattro regioni) e si mise a scavare sotto il tempio di Salomone per nove anni alla ricerca di un tesoro nascosto (forse le antiche conoscenze). Nel 1119 ci fu la fondazione ufficiale dell’Ordine dei Cavalieri Templari, di cui Hugues de Payens fu il primo Gran Maestro.

L’Ordine dei Templari fu, poi, smantellato con false accuse dal Re di Francia Filippo il Bello e da papa Clemente V nel 1307, per impadronirsi del tesoro dell’ordine, custodito a Parigi. Il piano ordito da il re di Francia, però, non sortì l’effetto sperato, i cavalieri templari di tutta Europa, infatti, si lasciarono prendere ed arrestare senza opporre resistenza, come per coprire qualcosa di più grande di loro. Infatti con la fuga via mare, dalla Francia, di un piccolo gruppo di Templari, sfuggiti al Re di Francia, il tesoro giunse in Scozia (che non applicava la bolla papale di scioglimento dei Templari), più precisamente a Rosslyn, nelle mani degli antenati di William Sinclair, discendenti dei Merovingi e quindi del Sang Real. Per custodire il segreto questi costruì nel 1446-50 l’omonima cappella, che riproduce fedelmente il Sancta Sanctorum del primo tempio di Gerusalemme.

Nessuno sa esattamente che fine abbia fatto il tesoro dei templari tra il 1307 ed il 1446. Si presume che quel gruppo di Cavalieri siano approdati ad Oak Island, una piccola isoletta canadese situata presso la Mahone Bay, in Nova Scotia. Nella cappella di Rosslyn furono incise sulla pietra, nel 1446, le raffigurazioni di piante di provenienza americana come l’aloe ed il mais, prima della scoperta dell’America (1492). Nel 1717 fu fondata la Massoneria, la quale riprese le conoscenze dell’Ordine Templare. Dal luogo di fondazione, la Scozia, si diffuse in tutta Europa e poi in tutto il mondo fino agli Stati Uniti d’America i cui padri fondatori erano affiliati al più antico rito, quello scozzese. A questo punto la parte storica può terminare, abbiamo raccolto tutte le informazioni che ci servivano per proseguire.

Il luogo dei crop circles

La ricostruzione storica che abbiamo appena visto ci permette di analizzare ora i cerchi nel grano in un’ottica diversa. Come abbiamo visto, tutta la storia antica da un significato a numerosi simboli e parole che troviamo nella nostra vita che, col tempo, hanno assunto significati diversi ma che, se visti alla loro origine, ci permettono una visione ben più chiara. La parola En, ad esempio, stava in passato per Signore, da non confondere con la parola Dio, che si traduceva con El o Elhoim (figli delle dee). Nel sud dell’attuale Inghilterra la parola Signore nel corso del tempo divenne Engel. Da qui Engelland (land = terra), che significava Terra del Signore, che diventò in seguito England.




Dopo diversi anni d’indagini statistiche sulle apparizioni dei crop circles, questo discorso mi ha permesso di trovare un punto fermo nella decodifica del messaggio.

Infatti, da quando il fenomeno è cominciato il suo epicentro è sempre stato il sud dell’Inghilterra (England), più precisamente la contea del Wiltshire, tra le rovine dei menhir di Avebury (fig.2) e della Silbury Hill. L’apparizione dei simboli avviene in un raggio di circa quindici chilometri attorno a questi due siti archeologici, del neolitico tardo, fin dal 1978. Pensate che, da sola, questa piccola zona, ogni anno, conta oltre un terzo del crop circles che appaiono in tutto il mondo ed insieme all’Inghilterra ne conta più della metà. Questo è dimostrato dal grafico che trovate qui (fig.3), che ho realizzato già anni fa per tenere il conto delle formazioni.

E’ come se i crop circles, insistendo, in una zona precisa, il Wiltshire, volessero attirare la nostra attenzione proprio li. Proviamo allora ad inserire il primo elemento della chiave che, come abbiamo detto in precedenza, ci permetterà afferrare il messaggio:

Ki.En
Terra del Signore

Per comprendere meglio il significato originale scriveremo, d’ora in avanti, quindi la parola England alla maniera dei sumeri.

Il centro supremo

Ora che abbiamo definito la struttura di partenza della nostra chiave passiamo al messaggio vero e proprio. Sono trent’anni che i crop circles appaiono nei campi di grano inglesi e in altre parti del mondo. Dal 1978 sono apparsi all’incirca 16000 agroglifi. Di questi, però, non tutti sono autentici, diversi di loro sono artefatti. Colin Andrews, uno dei maggiori esperti ha dichiarato che, secondo le sue stime, la percentuale di crop circles “real” sarebbe attorno al tre per cento. Questo vorrebbe dire all’incirca 500 glifi “buoni” da quando il fenomeno ha iniziato a manifestarsi regolarmente.

Secondo il mio pensiero, se andiamo ad analizziamo bene i disegni che formano i crop circles autentici notiamo che il loro denominatore comune è sempre un antico simbolo, anche se schematizzato. Tra tutti i simboli apparsi finora uno di quelli più frequenti è sempre stato quello che rappresenta il “centro geografico” e, soprattutto negli ultimi anni, si è evoluto in un simbolo molto antico ed estremamente rappresentativo. Sto parlando di Shu.Lim, il centro supremo (fig. 2a – 2b – 2c).





Si tratta di un simbolo che si trova rappresentato in diverse forme ma in tutte quante, se lo si riduce alla sua essenza primitiva, si rivela per quello che era in origine, l’antico centro di comando o semplicemente l’antico centro d’origine. Nella foto possiamo notare l’antico simbolo, Shu.Lim, raffigurato nel centro fisico della zona dei crop circles, Avebury. Come a voler dire il “centro supremo” nel “centro fisico”(fig. 2d e 2e).

Questo ci suggerisce un altro elemento per la nostra chiave, che diventa quindi:


Shu.Lim - Ki.En
Il Centro Supremo della Terra del Signore




Il cielo e la terra

Il discorso, però, non è ancora completo manca un tassello fondamentale per completare la frase. Si tratta della parte più complessa, quella che ha richiesto più tempo per essere scoperta.

Già da qualche anno, infatti, avevo intuito che il “centro” della questione doveva trovarsi nel Wiltshire ma non riuscivo a capire come si legasse con la distesa di simboli che sono piovuti su questo luogo per così tanto tempo. Mi riferisco, naturalmente, solo alla parte autentica del fenomeno dei cerchi nel grano. E’ stato proprio quel “tappeto” di simboli, che per anni ho osservato speranzoso di poter decodificare, che all’improvviso ha avuto per me un senso in tutta la sua totalità. Per spiegare cosa ha fatto scattare in me la scintilla e per comprendere il concetto dobbiamo partire col capire cos’è un simbolo. La parola simbolo deriva dal latino symbolum che ha il significato approssimativo di "mettere insieme" due parti distinte.

I cerchi nel grano, a tal proposito, sono delle figure complesse, che si possono interpretare in diversi modi. Questo perché ogni singolo pittogramma in realtà, se lo si analizza bene, è un simbolo od un insieme di simboli. Ad esempio abbiamo figure come il famoso “Julia Set” che rappresentano sia una figura frattale sia la progressione matematica di Fibonacci (fig.3a).

Poi troviamo il “globo alato” usato in tante culture antiche (fig. 3b e 3c), si tratta, infatti, di un simbolo originario dell’Assiria e dell’Egitto che è stato utilizzato anche da molte società iniziatiche come ad esempio la massoneria. Per continuare, dalla cultura sumera, troviamo la raffigurazione del pianeta Ni.bi.ru (fig. 3d) e poi un’immagine associabile ad una doppia elica di DNA, l’acido nucleico che contiene le informazioni genetiche necessarie alla biosintesi (fig. 3e). Infine (fig. 3f) possiamo trovare figure come una Menorah, un candelabro a sette braccia che nell'antichità veniva acceso all'interno del Tempio di Gerusalemme attraverso combustione di olio consacrato.







Apparentemente tutti i crop circles, presi uno ad uno, racchiudono un significato o più significati che sembra li rendano slegati gli uni dagli altri. Questo ha sempre tratto in inganno coloro che hanno cercato di trovare il bandolo della matassa. Cos’è che lega, quindi, un frattale, la raffigurazione di un pianeta mitologico, una Menorah, un’elica di DNA ed un “globo alato”? La risposta è: la conoscenza, che i Templari chiamavano gnosi. Il sapere, che è stato dato ai nostri padri dagli Anun.Na.Ki e che è stato tramandato fino a noi, fa si che ogni persona che lo possieda si elevi fino a comprendere chi è il Signore (En), non inteso come Dio.

Visto che gli dei-colonizzatori sono stati visti discendere dal cielo questo ci può portare a affermare che raggiungere il sapere è come dire “stabilire un legame tra il cielo e la terra”, con coloro che ci hanno creato. Quindi l’ultimo componente della nostra chiave simboleggiata dai cerchi nel grano è: il legame tra cielo e terra, che in sumero si traduceva Dur.An.Ki.
La nostra chiave di lettura sarà quindi:


Dur.An.Ki - Shu.Lim - Ki.En
Il Legame tra Cielo e Terra 
si trova nel Centro Supremo della Terra del Signore 

Il mistero, però, non finisce qui. Ora dobbiamo scoprire cos’è e dove si trova esattamente il Legame tra Cielo e Terra. 



La collina di Zel

C’è un luogo nella contea del Wiltshire che potrebbe combinarsi con la nostra chiave.

I sumeri avevano un termine per descrivere i loro Ziggurat, che era E.Kur: la casa che è come una montagna. Questo ricorda molto il sito archeologico di Silbury Hill, che si trova vicino al super-henge di Avebury, nel centro della zona dei cerchi nel grano (fig.4). Si tratta di una piramide calcarea conica che ha un diametro di base di 140 metri per un’altezza di 40.
E’ sempre stato un luogo misterioso ed incomprensibile. Il nome Silbury, come racconta la leggenda, proveniva da un fantomatico cavaliere di nome sir Zel, dall’armatura lucente che cavalcava un cavallo dai paramenti luminescenti che raggiungeva velocità straordinarie. Col passare del tempo Zel è diventato, in slang, Sil e la collina ha preso il nome di Silbury Hill, “la collina del Signore luminoso”. Potrebbe essere, quindi, la collina di sir Zel il Legame tra Cielo e Terra di cui, da tanto tempo, parlano i crop circles? Se fosse veramente così, i nostri avi ci avrebbero lasciato un mezzo di comunicazione, nel quale basterebbe solamente inserirvi la chiave, per scoprire da dove viene la nostra cultura.

Scarica gratuitamente il libro CROP CIRCLES: la chiave

Bibliografia

- L’enigma delle tracce circolari (Pat Delgado e Colin Andrews)
- Il mistero dei cerchi nel grano (Michael Hesemann)
- I nuovi cerchi nel grano (Michael Hesemann)
- La natura complessa dei cerchi nel grano (Eltjio Haselhoff)
- AA. VV. BLT Research (www.bltresearch.com)
- I misteri dell’antica Britannia (Hadingham)
- Il mistero di Stonehenge (John North)
- Il dodicesimo pianeta (Zecharia Sitchin)
- When time began (Zecharia Sitchin)
- Il Santo Graal (Henry Lincoln, Richard Leigh e Michael Baigent)
- Gli Ultimi Dei (Andrew Collins)
- Cloner le Christ (Didier Van Cauwelaert) (francese)
- I Templari Guardiani del Santo Graal (Franjo Terhart)
- Le Sette figlie di Eva (Bryan Sykes)
- Guerre atomiche al tempo degli dei (Zecharia Sitchin)
- 2000 A.C. Distruzione Atomica (David William Davenport - Ettore Vicenti)
- Il libro perduto del Dio Enki (Zecharia Sitchin)
- Il giorno degli dei (Zecharia Sitchin)
- La chiave di Hiram (Christopher Knight-Robert Lomas)


Fonte: www.altrogiornale.org

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

mercoledì 12 luglio 2017

Salvatore Giuliano. Il bravo ragazzo che ammazzava la gente


Il 5 luglio del 1950 Salvatore Giuliano fu ritrovato senza vita nel cortile della casa di un avvocato di Castelvetrano. Da quel giorno del bandito  non resta che il cadavere, piegato nella posa innaturale della morte nel cortile di De Maria. Nei momenti successivi l’evento il tenente Ugo Luca, esperto di guerriglia che il governo ha appena messo a capo del nuovo Corpo forze repressione banditismo, ritiene di ufficializzare una notizia falsa tramite un marconigramma inviato a Mario Scelba. [1] 
Secondo il documento Giuliano sarebbe morto in seguito ad una sparatoria con i carabinieri: dalla semplice osservazione della salma quest’evento è impossibile. Nella fretta di allestire la scena del crimine, il corpo di Giuliano è posto a valle del rivolo di sangue che gli cola dalle ferite.
La versione dei fatti non convinse.
Il giornalista Tommaso Besozzi pubblicò un’inchiesta sulla morte del bandito nella quale evidenziò diverse incongruenze, e indicò come assassino di Giuliano l’amico del bandito Gaspare Pisciotta. [2]
Durante le udienze del processo per il massacro di Portella della Ginestra, tenutosi a Viterbo, Pisciotta si accusò dell’omicidio, incolpando i deputati monarchici Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso e i democristiani Bernardo Mattarella e Mario Scelba di essere i mandanti della strage di Portella, dichiarando che costoro incontrarono Giuliano per mandarlo a sparare sulla folla. [3]


La ricostruzione di Pisciotta si basa sul fatto che sia stato lui a sparare, a tradimento, a Salvatore Giuliano e che i carabinieri si sarebbero limitati a trascinare il corpo del bandito nel cortile e a sparargli addosso quando era già morto. 
Questa è una delle sedici ricostruzioni della morte di Giuliano.
La corte d’Assise di Viterbo considerò infondate le accuse di Pisciotta poiché aveva fornito nove diverse versioni sui mandanti politici della strage.
Infondate le giudicò anche l'Ufficio istruzione presso la Corte d’Appello di Palermo, che si mosse in seguito alla denuncia presentata dal Giuseppe Montalbano, del PCI, contro tre deputati monarchici e che escludeva coinvolgimenti di Scelba e Mattarella
Gaspare Pisciotta fu avvelenato nel carcere dell’Ucciardone, nel 1954, con un caffè alla stricnina.
In poche righe abbiamo introdotto la morte di Giuliano e la strage di Portella della Ginestra.
Due episodi che hanno segnato i primi anni della Repubblica Italiana.
In realtà Salvatore Giuliano era un bandito?
Torniamo indietro nel tempo, al 2 settembre 1943: Salvatore Giuliano, che durante l’occupazione alleata lavorò come fattorino per una società elettrica, fu fermato ad un posto di blocco dei carabinieri. L’ora del tramonto per Giuliano rappresentò l’alba di un nuovo modo di vivere: sulla strada che da Sferracavallo porta a Quarto Mulino, il ragazzo sbatte contro un posto di blocco istituito dalle forze dell’ordine per controllare il fenomeno del contrabbando. I militari gli chiedono i documenti con le armi puntate al petto. Qualche istante dopo sopraggiunge un secondo contrabbandiere: i carabinieri corrono verso l’uomo lasciando a Giuliano la libertà di scappare nei campi. I militari aprono il fuoco in direzione del fuggitivo che, nascosto nella sterpaglia, risponde uccidendo Emanuele Mancino. Giuliano, ferito, cerca di riparare al paese che gli ha dato i natali, Montelepre. Nascosto nella boscaglia attende il buio per giungere nel borgo di Borgetto dove, a casa d’amici, riceve le cure mediche che gli permettono di sopravvivere. Quella notte muore il contrabbandiere e nasce il bandito.


Salvatore Giuliano bandito per effetto del caso?
Dopo l’uccisione del militare, per Giuliano la latitanza è una scelta obbligata.
Latitanza per le forze dell’ordine poiché chi fugge dalla legge può contare sulla simpatia del popolo. Di giorno si nasconde in una grotta sulle alture sovrastanti Montelepre, la sera torna nelle strade del suo paese. La notte di Natale un nuovo evento sconvolge la vita dell’ancora ragazzo Salvatore: un gruppo di carabinieri, in seguito ad una soffiata, entra nei vicoli del paese cercando il bandito. Non trovando l'omicida del militare arrestano 125 persone, caricandole sulle camionette. Il fatto sconvolge Giuliano che decide di palesarsi alla luce della luna. I militari sparano, non riuscendo a colpirlo. Il bandito spara solo tre colpi, uno dei quali raggiunge ed uccide il tenente Aristide Gualtieri. La vendetta non si conclude con questa morte. Un mese dopo uccide il diciottenne Vincenzo Palazzolo, colpevole della soffiata che permise ai carabinieri di entrare a Montelepre la sera di Natale.
Il piccolo contrabbandiere, divenuto omicida per caso, comprende che è il momento di agire su larga scala. Il momento del giustiziere solitario è terminato: è ora di formare una banda.
I membri sono reclutati dalle carceri di Monreale. La storia si confonde alla leggenda: Giuliano si presenta sotto le mura del carcere e lancia le lime necessarie a segare le sbarre. Per coprire il rumore della lima sul ferro i monteleprini cantano a squarciagola fino a quando le sbarre cedono. Liberi da vincoli possono salire sulla scala che lo stesso Giuliano ha posto ai piedi delle finestre per consentire l’evasione di massa. La storia potrebbe raccontare dell’aiuto del capomafia di Monreale, Ignazio Mileti.
1944 in Sicilia. Da poco tempo si era consumata l’operazione Husky, con cui gli americani erano sbarcati nell’isola. Questo fatto non è esente da collegamenti esterni alla guerra: per non avere problemi ad avanzare nell’isola gli americani trattarono con il Sindacato, nome del tempo di Cosa Nostra, che portò alla liberazione di Lucky Luciano.
Quest’operazione era necessaria per non avere belligeranza da parte della popolazione locale?
La risposta la troveremo in un secondo tempo, in un luogo diverso da quest’articolo.
Chiusa la parentesi del secondo conflitto mondiale si apre un’altra guerra, quella di Salvatore Giuliano. In questo periodo Giuliano diviene famoso per fatti di cronaca nera e per la determinata ferocia con cui eliminava gli avversari.
Secondo stime ufficiali il numero complessivo delle vittime della banda è calcolato in 430.
Il bandito è molto abile anche nella comunicazione o propaganda di se stesso: quando il ministro Romita impone una taglia di 800.000 lire sulla sua testa, risponde con manifesti in cui arriva ad offrire 2.000.000 lire aggiungendo che “sono migliore pagatore io”.
La banda di Giuliano, dopo essersi dedicata alle estorsioni ed alle rapine, prende di mira le caserme dei militari: i luoghi colpiti dagli uomini di Montelepre sono Grisì, Pioppo, Borgetto e la stessa Montelepre.
E’ palese la decisione di innalzare il livello dello scontro con le istituzioni.
Il motivo?
Nel corso del tempo Salvatore Giuliano è divenuto un uomo dell’EVIS (Esercito dei Volontari per l’Indipendenza della Sicilia), braccio armato del MIS: partito cui Giuliano non può considerarsi un simpatizzante poiché, durante incontri segreti, ha ricevuto i gradi di colonnello.
Quali furono le modalità d’ingresso del bandito nell’EVIS?
La storia racconta che il bandito chiese 10.000.000 lire per entrare nel braccio armato del MIS, richiedendo espressamente il grado di colonnello.
Chi cura i rapporti tra il MIS e Giuliano?
Un ex partigiano che risponde al nome di Pasquale Sciortino, cognato del bandito poiché sposo della sorella Mariannina. Il MIS fu fondato da Andrea Finocchiaro Aprile per promuovere l’indipendenza della Sicilia. L’EVIS rappresentava il braccio armato di questo movimento, espressione dell’aristocrazia e del latifondo d’antica memoria.


Giuliano come s’inserisce in quest’ambiente politico?
All’interno del movimento vi sono due anime distinte: quella destrorsa convive con una sinistra radicale che vede l’indipendenza come il primo passo di una società d’uguali, dove la terra è di chi lavora e non di chi la detiene in virtù d’antichi privilegi.
In un siffatto ambiente può trovare spazio, con il grado di colonnello, un contrabbandiere divenuto bandito ed omicida per caso.
Un passaggio fondamentale di questa storia è rappresentato dalle elezioni politiche del 20 aprile 1947: il blocco delle sinistre ottiene la maggioranza dei voti in Sicilia, quasi 600.000, mentre il movimento separatista poco più di 100.000.
Elezioni del 20 aprile 1947.
Ricordate questa data.
Il primo maggio è vicino.
Salvatore Giuliano raduna i suoi uomini.
Poche parole: “E’ giunta l’ora della nostra liberazione”.
Il bandito divenuto colonnello impartisce ordini.
Primo Maggio 1947, Portella della Ginestra.
Prima strage di Stato?
Quel giorno una massa di contadini, con famiglie al seguito, si raduna in aperta campagna per festeggiare con carri addobbati a festa e bandiere rosse.
I banditi, armati di mitragliatrici, sparano sulla folla.
Restano sul terreno sette adulti e quattro bambini o ragazzi, dai sette ai 15 anni.
La loro colpa?
Trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Gli uomini di Giuliano non erano soli.
Vi erano esponenti della mafia di San Giuseppe Jato, San Cipirello e Piana degli Albanesi.
Il giorno seguente la strage dai banchi della Democrazia Cristiana si alza il grido: “Portella della Ginestra non è stato un delitto politico”.
I parlamentari comunisti, guidati dall'onorevole siciliano Girolamo Li Causi, intuiscono che dietro alla mattanza, non politica secondo la DC, vi è una strategia del terrore.
Il 20 giugno dello stesso anno Giuliano conferma l’intuizione dei comunisti: la sua banda agisce contemporaneamente in sei diversi luoghi attaccando, con bombe a mano, le sedi locali del PC e della camera del lavoro.
Non vi era la politica dietro Portella della Ginestra?
La strategia del terrore non manca di portare frutti alla causa: Alcide de Gasperi si dimette da presidente del consiglio e forma un nuovo governo, dove le sinistre sono escluse.
A livello regionale la cesta dei frutti è molto ricca: le nuove elezioni politiche, 18 aprile 1948, portano in dono alla DC l’assoluta maggioranza dei voti.
Nel breve spazio di un anno i siciliani si sono disamorati dell’ideale comunista.
Subito dopo le elezioni, gli atti di terrore della banda Giuliano si esauriscono, quasi a voler spiegare che gli effetti sperati si sono materializzati.
Tra il 1948 e l’anno successivo, sotto le armi della banda di Salvatore Giuliano, cadono diversi esponenti della Mafia.
Consapevole di essere divenuto scomodo a coloro che lo avevano sostenuto, Giuliano iniziò a fare allusioni sui rapporti intrattenuti con noti esponenti politici, tra cui l’onorevole Mario Scelba, citato espressamente in una lettera inviata all’Unità nel 1948.
Giuliano vive sempre più isolato.
Si giunge al 1950, anno della morte del bandito e delle sedici diverse ricostruzioni dell’evento.
Il giornalista americano Michael Stern, che intervistò il bandito, paragonò il siciliano a Robin Hood, concludendo: “Salvatore Giuliano è un bravo ragazzo, un ragazzo sincero. Ha un solo lato sbagliato: gli piace ammazzare la gente”.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Documenti
- Relazione sui rapporti tra mafia e banditismo in Sicilia con relativi allegati - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia V LEGISLATURA
Ordinanza di rinvio a giudizio per i responsabili della strage di Portella della Ginestra 
Bibliografia
-Carlo Ruta, Il binomio Giuliano-Scelba. Un mistero della Repubblica?, Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 1995
-Carlo Ruta, Giuliano e lo Stato. Documenti sul primo intrigo della Repubblica, Edi.bi.si., Messina, 2004
-Cristiano Armati, Italia Criminale. Quella sporca dozzina. Newton compton editori. 2006
-Vincenzo Vasile. Salvatore Giuliano. Bandito a stelle e strisce. Baldini Castoldi Dalai. 2004
-Gavin Maxwell. Dagli amici mi guardi Iddio. Feltrinelli. 1957




[1] Mario Scelba: membro della Consulta nazionale per la DC, nel dicembre 1945 divenne Ministro delle poste e delle telecomunicazioni nel primo governo De Gasperi. Eletto, nel 1946, deputato all'Assemblea costituente nel collegio di Catania, fu nominato ministro dell'interno da De Gasperi il 2 febbraio 1947.
[2] Tommaso Besozzi. Di sicuro c’è solo che è morto.
[3] Bernardo Mattarella: nei primi due governi del Comitato di liberazione nazionale, presieduti da Ivanoe Bonomi e composti da tre ministri e tre sottosegretari per ciascuno dei sei partiti del CLN (1944 – 1945), ricoprì la carica di Sottosegretario alla Pubblica Istruzione. Nel luglio 1945, con De Gasperi Segretario nazionale, divenne vice segretario della Democrazia Cristiana, insieme ad Attilio Piccioni e a Giuseppe Dossetti. Dal settembre 1945 al giugno 1946 fece parte della Consulta Nazionale. 

giovedì 6 luglio 2017

il Diluvio Universale: tutti sapevano

Analisi mitologica, archeologica e scientifica di un mito.

di Duilio Tazzi

Uno dei ‘misteri mitologici’ più controversi a livello globale è il racconto di un diluvio che spazzò via la civiltà, al quale però l’ uomo sopravvisse per volere dello stesso dio che aveva mandato questa ‘punizione’. In alcuni racconti il diluvio è un evento locale, in altri un evento a livello planetario; in alcuni racconti si afferma addirittura che gli dei stessi (o il dio stesso) aiutarono l’uomo a ricreare la civiltà dopo il diluvio. Quasi tutti i racconti però sono basati su alcuni concetti chiave:

· Il diluvio ha una funzione ‘punitiva’;

· Un uomo e una donna benedetti da un dio o dagli dei riescono a salvarsi;

· Questa coppia ‘benedetta’ si salva grazie ad una imbarcazione costruita secondo indicazioni divine;

· Il diluvio segna la fine di una era o di un percorso storico e al diluvio segue una nuova fase evolutiva.

Nei suoi libri Zecharia Sitchin affronta l’ argomento del diluvio più e più volte, alcune volte in modo marginale, in altre, come del libro “L’Altra Genesi”, in modo molto approfondito. La sua teoria in merito è che il diluvio fu un evento catastrofico dovuto allo sciogliersi dei ghiacci del polo sud, facilitato dal passaggio di Nibiru in prossimità della terra che con la sua spinta gravitazionale diede il ‘colpo di grazia’ al già compromesso equilibrio climatico del pianeta. Tutto ciò avvenne secondo Sitchin a cavallo del 10500 a.C. cioè alla fine della ultima era glaciale; il crescere del livello marino, l’ insorgere di bufere e uragani, lo scioglimento del ghiaccio che riversò acqua dolce sul mare, causarono un mutamento climatico che, oltre a questi fenomeni già citati, portò una serie di piogge abbondanti e durature che sono rimaste nella memoria storica collettiva di tutti i popoli della Terra.

Andiamo quindi ad analizzare alcuni dei miti arrivatici riguardanti il diluvio...



1. Il diluvio nella Bibbia

Il racconto del diluvio universale presente nella Bibbia presenta degli elementi estremamente controversi. Si ha l’impressione, leggendolo, che il racconto sia incompleto o quantomeno confusionario. Come se fosse un riassunto poco coerente di una storia più complessa.

Il particolare che più di ogni altro ha colpito e lasciato perplessi gli esegeti e studiosi (non necessariamente cristiani) è l’improvvisa decisione di Dio, dopo aver dichiarato la volontà di eliminare il genere umano, di salvare 8 persone: Noè, la moglie, e i suoi 3 figli con le rispettive mogli.

Se l’umanità era corrotta, e Noè era garanzia di rettitudine, così non lo era però per la moglie, per i 3 figli e le 3 nuore di Noè (come vedremo tra poco). Eppure Dio permette che queste persone siano i nuovi ‘capostipiti’ di tutta l’ umanità.

Altresì non si capisce come, dopo il diluvio, alla seconda generazione si sarebbe ripopolato il mondo.

I matrimoni e le generazioni sarebbero avvenuti tra consanguinei, una eventualità che, se nel IV e III millennio a.C. era ben testimoniata in ambito reale e sacerdotale, il culto di Dio aborriva e condannava salvo in casi eccezionali.

Un altro particolare è la cronologia del diluvio… in alcuni passi (Genesi 7:17) si dice che il diluvio imperversò per 40 giorni e 40 notti, in altri versi “il diluvio spazzò la terra per 150 giorni” (Genesi 7:24), come se il racconto biblico fosse un condensato di almeno 2 versioni. Inoltre, se si dà ragione alla frase riguardante i 150 giorni, c’ è un altro punto da chiarire: in Genesi 8:4 si afferma che “Alla fine dei 150 giorni le acque si erano ritirate, e nel 17° giorno del 7° mese l’ Arca si posò sul monte Ararat”. Ma 150 giorni sono 5 mesi, non 7 mesi. Nonostante questo Noè rimane ancora nell’Arca, perché in Genesi 8:5 si afferma che “le acque continuarono a ritirarsi fino al 10° mese, e il primo giorno del 10° mese le cime delle montagne divennero visibili”.

Accenniamo ora a un particolare che ritroveremo anche in altri miti del diluvio nelle varie culture, e che funge da ‘punto di contatto tra le varie versioni’. E’ quello degli uccelli mandati fuori dall’Arca per capire se le acque si fossero ritirate.

Noè nel racconto biblico manda prima un corvo che torna indietro. Dopo sette giorni manda una colomba che ritorna indietro. Così la stessa colomba dopo altri sette giorni, e dopo la terza settimana torna con un ramoscello di ulivo in bocca, il che è per Noè segno che le acque si stavano ritirando. Dopo altri sette giorni egli manda di nuovo la colomba che non fa ritorno.

Dopo che Noè ‘sbarca’ sull’ Ararat e offre un sacrificio a base di carne a Dio, questo stabilisce un patto con Noè, dichiarando che non distruggerà più l’umanità, né le piogge diventeranno mai più un diluvio che distrugga ogni forma di vita. Mise nel cielo un arcobaleno dicendo che “questo è il simbolo del mio patto con te”. Noè successivamente pianta una vigna, produce del vino col quale si ubriaca e giace nudo addormentato. Suo figlio Cam entrando nella tenda del padre lo vede nudo e chiama i suoi due fratelli i quali però, per non vedere le nudità del padre (sarebbe stato un peccato gravissimo), entrano camminando a ritroso e coprono il padre con un indumento. Quando Noè si sveglia e scopre che Cam lo ha visto nudo lo maledice (Genesi 9:25):

“Maledetto sia Cam!
L’ultimo degli schiavi
Sarà lui per i suoi fratelli."


Dunque che Dio è quello che reputa Cam degno di rimanere in vita salvandolo dal diluvio se compie poi un atto così disonorevole e manca a una legge divina? O che Dio è che salva Noè che maledice il suo stesso figlio?

Le discendenze dai 3 figli di Noè ci vengono specificate in Genesi 10:

I figli di Sem: Elam, Asshur, Arphaxad, Lud e Aram
I figli di Jafet: Gomer, Magog, Madai, Javan, Tubal, Meshech e Tiras
I figli di Cam: Cush, Mizraim, Put e Canaan

Sono tutte discendenze maschili, niente viene detto della parte femminile quindi resta il mistero su come l’ umanità si ripopolò. Indubbiamente sono contemplate anche sorelle non nominate dalle quali, tramite matrimoni misti consanguinei, questi 16 nipoti maschi di Noè generarono.

2. Il diluvio in Mesopotamia

Quando alla fine del XIX secolo importanti scavi in Mesopotamia portarono alla luce la vastissima biblioteca di Assurbanipal a Ninive, la comunità archeologica e la comunità religiosa vennero scosse dalla scoperta di alcune tavole che riportavano parole completamente diverse dall’assiro che era in corso di studio. Esistevano intere tavolette che fungevano da dizionario con un' altra lingua che veniva attribuita alla grande civiltà di Akkad. Esistevano intere tavolette ricopiate nella lingua originale accadica, che contenevano riferimenti a una lingua precedente, la ‘lingua degli dei di Sumer’. Una tavola dello stesso Assurbanipal dichiarava:

“Il dio degli scribi mi ha concesso in dono la conoscenza della sua arte.
Sono stato iniziato ai segreti della scrittura. So anche leggere le complicate tavole nella lingua di Sumer.
Comprendo le enigmatiche parole scritte nella pietra sin dai giorni prima del diluvio.”
Queste frasi enigmatiche suggerirono a studiosi come H. Rawlinson e J. Oppert che esisteva una civiltà precedente a quella accadica, e che questa civiltà avesse una lingua propria, tracce della quale si trovavano nelle tavolette dissepolte a Ninive. Sumer fu identificata nella piana centro meridionale della Mesopotamia, la Shin’ar di cui si parla nella Bibbia in Genesi 11:2 “muovendosi verso est trovarono una piana a Shin’ar e vi si stabilirono”.

Tra le migliaia e migliaia di tavolette se ne trovarono alcune che, sin dalle prime letture, si rivelarono particolarmente interessanti per capire qualcosa di queste antiche civiltà. Vi si raccontava la storia di un re, Gilgamesh, che ritenendosi di origine semidivina, ingaggiò un viaggio lunghissimo e faticosissimo per raggiungere la terra degli dei, il Tilmun, dove avrebbe chiesto al dio del sole Shamash di aiutarlo ad accedere al cielo.

Nella seconda parte del viaggio, essendo fallito questo obiettivo, Gilgamesh va alla ricerca di Ziusudra, un eroe che era sopravvissuto al diluvio che aveva distrutto l’ umanità e al quale il dio Enlil aveva concesso la vita eterna.

Era il secondo riferimento che si trovava a un ‘diluvio’. Come interpretare questi riferimenti?

Non solo: successivamente in altri scavi vennero trovate altre versioni della stessa storia, anche se più frammentarie, scritte in lingua sumerica, nelle quali i nomi cambiavano leggermente. Al posto di Shamash compariva Utu, e al posto di Ziusudra compariva Utnapistim. Ciò permise di stabilire che effettivamente la storia di Gilgamesh era un poema molto antico che ogni popolo si tramandava di generazione in generazione ma rimanendo sempre fedeli, a parte le traduzioni dei nomi, alla storia originale.

Tutti questi particolari aiutarono gli studiosi a capire che molti racconti del libro della Genesi in realtà non sono che echi di racconti assiri, babilonesi, e ancora prima accadici e sumeri.

Una volta trovata la chiave di lettura fu facile identificare altri passaggi della Genesi nelle tavole mesopotamiche.

Ma quale era il racconto del diluvio secondo i sumeri?

Quando Gilgamesh riesce finalmente a trovarsi di fronte Ziusudra, egli gli racconta: “vieni Gilgamesh, un segreto io ti svelerò… un segreto degli dei”.

La vicenda del diluvio ha inizio a Shuruppak. In un non precisato periodo (Ziusudra non dà nessun riferimento temporale) vi si trovarono riuniti tutti ‘i vecchi dei’. Il fatto che tutti questi ‘vecchi dei’ fossero riuniti in un unico posto indica secondo Sitchin che l’ evento si verificò in un arco temporale in cui Nibiru si trovava vicino alla terra. Particolarmente indicativa in questo senso è la presenza anche di Anu, dio supremo del pantheon sumero ma che risiedeva nei cieli e solo raramente faceva la sua comparsa a Sumer.

In quei giorni il mondo pullulava, la gente si moltiplicava, il mondo mugghiava come toro selvaggio e il grande dio venne destato dal clamore. Enlil udì il clamore e disse:

“Lo strepitio dell’umanità non è più tollerabile e il sonno non è più possibile”. Così gli dei si accordarono per sterminare l’ umanità.
Lo fece Enlil ma Ea, per il suo giuramento, mi avvertì in sogno del tremendo piano.


Secondo la versione mesopotamica che è stata inserita nel racconto di Gilgamesh quindi, il diluvio sembra un atto volontariamente causato da un dio iracondo, Enlil. Questa del racconto di Gilgamesh è una versione che riassume molto l’ inizio della storia, quella della decisione di Enlil. Nel poema ‘Atra Hasis e il diluvio invece’, ci si ferma di più su questa fase iniziale raccontando che all’ inizio Enlil pretendeva che fosse Ea a porre fine al genere umano, ma questi si rifiutò.

“questo non è mio potere, non è una azione per me...è una azione per te, Enlil, e tuo figlio Ninurta.
Se vuoi un diluvio dì a Ninurta di aprire le porte del cielo”


Quando Ea per far si che Ziusudra si salvasse gli dà le indicazioni per costruire una barca, usa queste parole:

“Che la sua altezza sia uguale alla sua larghezza, che il suo ponte abbia un tetto come la volta che ricopre l’ abisso; conduci quindi nella nave il seme di tutte le creature viventi”

Il termine utilizzato nel poema per descrivere la barca è Ma.Gur.Gur che significa ‘che può rotolare e capovolgersi’. Dalla descrizione più che una barca o nave sembra si tratti di una specie di ‘sottomarino’ o ‘sommergibile’. La frase ‘il seme di tutte le creature viventi’ ha destato non poco imbarazzo tra i sumerologi perché è una di quelle espressioni di chiara traduzione ma con un significato che, nel contesto dell’ epoca, è assolutamente fuori luogo. Se è lecito pensare a un vero e proprio seme per le piante e i frutti, come si dovrebbe interpretare questa espressione nel caso di animali e uomini?

Più avanti nel testo Ziusudra ricorda che:

Poi sorsero gli dei dell’ abisso: Nergal divelse le dighe delle Acque dell’Absu, Ninurta abbattè gli argini e i sette giudici, gli Anunnaki, innalzarono le loro torce, illuminando la terra con le loro livide fiamme.

L’ espressione ‘acque dell Absu’ è un riferimento geografico. Indica che le acque si riversarono da Sud. L’Absu era la regione di dominio di Nergal e sua moglie Ereshkigal, e precedentemente sotto dominio di Enki. Corrispondeva grossomodo al sudafrica fino alla Tanzania.

Una conferma di questo riferimento si trova qualche riga più avanti nel testo:

I venti soffiarono per sei giorni e sei notti,
fiumana buffera e piena sopraffecero il mondo.
All’alba del settimo giorno la tempesta del sud
diminuì, divenne calmo il mare.


Dal racconto si legge che:

‘la nave sul monte Nisir si arenò,
lì rimase incagliata la nave


Il monte Nisir, che ricorre in alcune tavolette di re Assurbanipal in cui egli scrive di aver trovato la nave di Ziusudra, attualmente viene generalmente identificato con il Pir Magrun, ed è localizzato al confine tra il Kurdistan iraqeno e la Turchia dell’ est, l’ antica Anatolia. Approssimativamente nel tratto in cui è collocato l’ Ararat della bibbia (data la non definitiva identificazione di entrambe le montagne ci si può permettere una certa tolleranza). Ziusudra allora manda fuori dalla nave una colomba che torna indietro non trovando dove poggiarsi. Libera poi una rondine, ma anche lei torna indietro. E’ poi la volta del corvo che, trovando le acque diminuite e la vegetazione libera, mangia, effettua dei giri intorno alla nave, e poi vola via.

Val la pena notare come sia nel mito mesopotamico che in quello biblico sono menzionati il corvo e la colomba.
C’è un punto del racconto la cui traduzione viene resa in due modi differenti a seconda dell’interprete.
Il passaggio sumero è:

gish má.gur.gur a.gal.la tu.ul.bul.bul.a.ta
utu im.ma.ra.è an.ki.a u.gá.gá


Che viene tradotto in due modi diversi: “aprì una finestra della grande nave (ma.gur.gur) e si prostrò davanti a Utu (il dio del sole)” oppure, in una versione meno ‘devozionale’: “aprì una finestra della nave (ma.gur.gur) e vedendo il sole (utu) cadde in ginocchio e pianse”.

Nelle righe conclusive della storia, Ziusudra racconta che, una volta che gli dei furono ridiscesi sulla terra e trovarono Ziusudra vivo, Ishtar festeggiò e richiamò gli dei dicendo:

“Che tutti gli dei si riuniscano intorno al sacrificio.
Tutti fuorchè Enlil. Lui non si accosterà a questa offerta
perché senza riflettere ha portato il diluvio”.

3. Il diluvio nelle Ande e nel Sudamerica

Dalle popolazioni andine ci sono giunte poche testimonianze sul diluvio.
Non abbiamo racconti elaborati e dettagliati come nel caso della bibbia, dell’Atra Hasis o dell’epopea di Gilgamesh.

Due racconti in particolare però ci raccontano dei particolari abbastanza curiosi.

Il mito del diluvio e dei tre figli d Pacha (il primo uomo creato) ci dice che il diluvio fu causa della distruzione del primo popolo in seguito a un ‘gioco alla guerra’ dei tre fratelli. Questi volevano combattere, ma non avendo avversari decisero di combattere il drago il quale, ferito dalle frecce dei fratelli, si difese gettando acqua dalla bocca. Quest’ acqua ricoprì le ande e l’ intera terra.

Pacha, il primo uomo, trovò rifugio per sè, i suoi figli e loro mogli, sulla vetta del monte Pichincha, che sovrastava la città di Quito. Giunto al sicuro, costruì una capanna e vi raccolse moltissime specie di animali e una bastevole quantità di cibo e attese che la furia del diluvio si attenuasse. Dopo qualche tempo liberò un grande uccello, l' Ullaguanga, che tuttavia non fece ritorno perchè trovò sufficiente possibilità di nutrimento nei corpi degli animali morti, sparsi nella vallata. Un altro uccello, però, liberato da Pacha, tornò portando nel becco delle foglie verdi e da questo segno Pacha dedusse che la vita vegetale aveva ripreso a svolgersi e che, quindi, era ormai possibile lasciare la cima del Pichincha.

In questo racconto si possono notare subito alcuni tratti comuni agli altri miti: l’ acqua che ricopre un monte altissimo (Il Pichincha è un vulcano dell’ Equador alto 4780 metri – l’ Ararat è un vulcano alto 5170 metri) e tutte le terre circostanti, gli uccelli che vengono mandati in avanscoperta (l’ uccello Ullaguanga a volte è identificato con i ‘gallinazos’, gli avvoltoi, altre volte con i corvi), un uomo saggio e la sua famiglia che si salvano, la raccolta di animali per dare di nuovo inizio alla vita dopo il ritirarsi delle acque.

E’ interessante anche notare la strana conclusione del racconto:

Insieme alla sua famiglia, si stabilì in una capanna nel luogo ove sorge la città di Quito, per vivervi sempre, ma accadde che i suoi figli si trovarono improvvisamente a parlare lingue diverse e a non essere più in grado, quindi, di intendersi.
A causa di questo misterioso evento, i tre fratelli e il loro padre Pacha lasciarono quel luogo e si separarono, volgendo ognuno in una direzione e dando origine a tutti i popoli che oggi abitano quelle terre.


In un solo mito ecco riuniti due eventi identificabili con il diluvio universale e il confondersi delle lingue dell’episodio della torre di Babele.

Il secondo mito andino che ci parla di un diluvio è quello della ‘Ira degli dei’. Se nel primo mito troviamo in comune con quello mesopotamico e biblico gli elementi già evidenziati, in questo tali elementi sono assenti ma fa la comparsa un altro elemento comune: un dio iracondo che decide di sterminare gli uomini per ‘motivi personali’.

Secondo questo racconto gli uomini, creati dal dio Pachayachachic, a un certo punto della loro storia dimenticarono il culto di questo dio, il quale, furioso, scagliò sulla Terra le sue folgori sterminatrici. Questo però non bastò e dunque, sempre più adirato, provocò un grande diluvio che sommerse ogni terra e ogni villaggio, provocando la morte di gran parte degli uomini: solo a quei pochi che si erano mantenuti fedeli a lui, Pachayachachic permise di salvarsi trovando rifugio sulle alte montagne o in profonde grotte.

E’ evidente un parallelo con il Dio biblico e con l’ Enlil sumero, entrambi iracondi e vendicativi per puro interesse personale. Inoltre il nome Pachayachachic viene tradotto in vari modi: ‘Dio dell'universo’, ‘dio invisibile’, ‘dio che vive nel vento’, tutti epiteti che si prestano bene sia a rappresentare Jahwe che, ancora meglio, Enlil.

In Centro America il mito sul diluvio più famoso è quello contenuto nel codice Latino-Vaticano del popolo degli Aztechi. Si dice infatti che la prima era della storia del mondo fu distrutta da un diluvio d' acqua. Il primo sole, Matlactili, durò 4008 anni. In questo tempo il popolo era costituito da esseri giganti che mangiavano prevalentemente mais. Solo una coppia si salvò dal diluvio (Nene e Tata) poichè era protetta da un albero. Comunque altri miti locali affermavano che sette coppie si rifugiarono in una caverna e ne uscirono quando le acque si ritirarono. Quando la terra venne ripopolata, questi superstiti vennero considerati delle divinità.

Secondo un altro popolo mesoamericano chiamato Mechoacanesecs, il dio Tezcatilpoca volle distruggere tutta l' umanità con un diluvio e salvò solo un uomo di nome Tezpi. Quest' ultimo si imbarcò con la sua famiglia e ogni genere di animali e sementi su un' arca. Quando il dio ordinò la fine del diluvio, l' imbarcazione si arenò su una montagna. Tezpi, per sondare l' abitabilità della terra, liberò un avvoltoio che non tornò perché si nutriva delle carcasse degli animali. Allora vennero liberati molti altri uccelli, dei quali tornò solo il colibrì con un ramo nel becco. Il diluvio era finito. Quest’ ultimo racconto contiene il particolare dell’ avvoltoio che abbiamo già visto nella storia di Pacha.

In altre zone dell’ America latina poi son stati tramandati molti racconti riguardanti il diluvio, più o meno tutti simili. I Chibcha della Colombia dicono che furono portati alla civiltà da un certo personaggio barbuto detto Bochica.

Quest' ultimo aveva una moglie invidiosa e cattiva, Chia, la quale fece piombare sulla terra un diluvio che distrusse gran parte dell' umanità. Bochica cacciò sua moglie facendola divenire la luna. Nonostante il disastro, questo essere superiore riorganizzò i superstiti e alla fine ascese al cielo divenendo un dio.

Gli Indios Tupinamba del Brasile raccontano che l' eroe civilizzatore Monan aveva creato l' umanità ma distrutto il mondo tramite un diluvio. Anche i Canari dell'Ecuador parlano di due fratelli scampati al diluvio.

4. Il diluvio in Oceania

A Tahiti viene ancora raccontata una leggenda secondo la quale l’isola fu anticamente sommersa dal mare, nell'isola sopravvissero solamente un uomo e una donna e gli animali che essi salvarono; il disastro iniziò con grandi piogge e una tempesta furiosa che fini per travolgere l'intera isola. Per salvarsi assieme agli animali i due esseri umani si rifugiarono sul monte più alto PITOHITI.

Finalmente dopo 10 notti cessò di piovere e il mare calò, così la vita, grazie alla coppia, tornò a fiorire nell'isola. Dal testo si può leggere:

Venne un forte vento del sud, con piogge e piene, e una forte tempesta esiziale e turbini.
Grandi alberi furono sradicati, con massi di ogni genere e trasportati in aria. Soltanto una coppia fu risparmiata, un uomo con sua moglie furono salvati.


[…]

Tutta la terra di Tahiti e Tai-arapu fu allagata dal mare e dalle acque dolci. Il monte Orena rimase sommerso; solo il monte Pito-hiti si mantenne sopra il livello delle acque. Sopra Tahiti piccola (Mo'orea) pareva mare aperto:
Nessuna montagna emergeva dalle onde.

[…]

Allora dissero: "L'ira di Ta'aroa, l' unico fondamento del mondo, è placata! Il mare è calmo, si è abbassato e il tempo è asciutto, ma noi rimaniamo tra cielo e terra.


Questi tre passaggi del racconto Tahitiano contengono elementi che devono far pensare: innanzitutto nel primo estratto si dice che la tempesta proveniva da sud, esattamente come nel mito di Gilgamesh. Questo fatto è molto importante a causa della posizione geografica dell’arcipelago della Polinesia Francese in cui si trovano le isole tahitiane. Situato a 6000 km a est dell’Australia, è uno dei punti più a sud di tutto il globo. Una tempesta che provenga da Sud dell'Oceania può venire solo da uno specifico luogo geografico: il polo sud, esattamente come sostenuto da Sitchin.

Il secondo passaggio del brano fa riferimento al riversarsi di “acque dolci”, un chiaro riferimento a ghiaccio disciolto, un altro punto a favore della teoria del diluvio come sciogliemnto dei ghiacci del polo sud.

Nel terzo estratto del brano troviamo, come nei miti visti in precedenza, la figura di un dio iracondo: Ta’aroa. La mitologia tahitiana non si può descrivere come esattamente politeista. Nei testi rinvenutici e nelle leggende raccontate, solo Ta’aroa figura come ‘grande dio eterno’ mentre le altre figure risultano come degli dei creati ‘su commissione’ di Ta’aroa dagli ‘artisti della creazione’. Questi avevano dei cesti ripieni di To’i, una sorta di materiale non identificabile. Da questo materiale crearono 4 personaggi: Tane, Ru, Hina, Maui.

Dopo che Tane creò il cielo con le stelle, Ta’aora creò sette livelli nel mondo e nell’ultimo, il più basso, creò l’ uomo.

Nella sua accezione di ‘dio creatore’ Ta’aroa ricorda molto la figura di Enki nella sua connotazione di ‘Nudimmud’, ossia ‘abile creatore’, che Sitchin identifica in quel dio successivamente adorato dagli egizi come Ptah, il ‘creatore delle cose’.

5. Il diluvio in altre culture

Sparse per il globo, quasi tutte le culture ci hanno lasciato miti riguardanti il diluvio:

Nel mito polinesiano, il Nibbio e il Granchio litigarono e il primo, in impeto di rabbia, colpisce il secondo sul cranio. Il Granchio per vendicarsi inonda e annega tutti gli viventi. Gli unici a salvarsi sono due giovani sposi e gli animali riparatisi sulla loro imbarcazione.

Un mito cinese racconta che un tempo gli uomini si ribellarono agli dei. L' universo allora piombò nel caos e le acque invasero la terra.

Nel Laos e nella Thailandia settentrionale, si dice che un tempo un popolo chiamato Then viveva in un regno superiore, mentre gli inferi erano guidati da tre grandi uomini saggi. I Then decisero che le persone avrebbero dovuto donare loro una parte del proprio cibo. Il popolo si rifiutò e i Then fecero piombare un diluvio sulla terra. I tre uomini tuttavia costruirono una zattere e misero in salvo non solo se stessi ma anche alcune donne e bambini. In questo modo salvarono l'umanità dall'estinzione. E’ importante in questo caso rimarcare che i termini usati nel mito, in lingua thailandese, per ‘inferi’ in effetti vogliono dire ‘mondo inferiore’. Che sia o meno un riferimento geografico come nel caso dell’Absu sumero, la traduzione ‘inferi’ sembra dovuta al contatto della civiltà occidentale con quella locale.

Nel Vietnam, secondo le leggende locali, trovarono scampo dalle acque del diluvio solo un fratello e una sorella. Essi si trovavano all' interno di una ‘cassa di legno’ nella quale c' erano una coppia di ogni specie animale.

Gli aborigeni d' Australia delle coste settentrionali sostengono che un diluvio distrusse un mondo precedente. Secondo altri miti di altre tribù australiane, tuttavia, il serpente cosmico Yurlunggur sarebbe il reale responsabile del diluvio.

In Giappone, alcune tradizioni ritengono che la creazione dell'Oceania sarebbe derivata dal ritirarsi delle acque di un diluvio. Per di più nelle isole Samoa e nelle isole Hawaii si ricorda un diluvio che distrusse il mondo e quasi tutta l' umanità. Secondo i Samoani, sopravvissero al disastro solo due uomini che approdarono nelle isole Samoa.

Anche in Nord America molti gruppi di pellirosse e popolazioni indigene tramandano racconti su una catastrofe dovuta all’ acqua: gli Inuit dell'Alaska parlano di un diluvio e di un terremoto che risparmiarono i pochi che fuggirono tramite canoe o scapparono sui monti. Il popolo Luiseño e quello degli Huroni raccontano che si abbatté un diluvio su tutta la terra e solo coloro che si rifugiarono sulle vette delle montagne si salvarono. Anche i Montagnais, gli Irochesi, i Chickasaw e i Sioux fanno riferimento al mito del diluvio.

Tratto da: La storia dell’uomo, vista da un altro punto di vista.

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

martedì 4 luglio 2017

la storia di Lucida Mansi, la bella degli specchi


Il mio nome e Lucida Mansi, sono nata a Lucca il 7 marzo 1606.
Nella mia vita, verità e leggenda, si fondono senza un confine ben preciso. A voi giudicare dove finisce una ed inizia l’altra.
L’intera città ancora oggi, dopo 400 anni, mi ricorda e parla di me, forse perché il mio spirito non ha mai lasciato questa terra, almeno così si racconta. 
Il mio cognome da nubile era Saminiati. Sono nata in una famiglia nobile, agiata, che ha dato i natali a uomini illustri e colti.
Io sono bella. A detta di tutti quelli che mi conoscono bellissima, tanto da lasciare incantato chi incrocia il mio sguardo.
Sono vanitosa. Mi piace il mio viso, il mio corpo morbido e delicato, i miei lunghi capelli castani che sotto il sole ricordano il colore del grano maturo. Ho qualcosa che alte come me non hanno: la consapevolezza di essere donna.
Data la mia immensa avvenenza, mio padre mi dà in sposa a Vincenzo Diversi, quando ho 20 anni.
Dopo due anni di matrimonio Vincenzo è ucciso in seguito a una lite per una questione di confini.
Non sono certo una vedova affranta, non penso alla mia vita distrutta. Accetto il mio destino senza troppo clamore. Sono quasi sollevata.
Per consolarmi ho fatto riempire di specchi la villa in cui vivo, adoro guardare la mia immagine riflessa, a volte mi perdo nella profondità dei miei occhi.
C’è chi racconta addirittura che conservo un piccolo specchio nel libro delle Sacre Letture, per potermi rimirare durante la celebrazione della messa.
A Lucca si mormora che dietro la morte di mio marito ci sia la mia mano di donna ammaliatrice, ma sono solo voci, nessuna certezza, neppure lo scorrere del tempo e il volgere dei secoli cancellerà questo dubbio.
Ora sono di nuovo libera di fare quello che voglio, di seguire le mie dissolute inclinazioni. Bellezza e crudeltà albergano in me in perfetta unione.
Non sono rimasta sola a lungo.


Mi risposo con un uomo molto facoltoso e più anziano di me, Gaspare di Nicolao Mansi.
La sua famiglia è molto ricca e conosciuta in tutta Europa, grazie al commercio delle sete già prima del secolo XVI. La nostra differenza di età fa parlare tutta la città, sono nuovamente sulla bocca di tutti, ma ciò che la gente si chiede con insistenza è come io abbia fatto a sposare un uomo così brutto.
Io sono davvero bella.
Gaspare mi adora, sono la sua regina.
Viviamo nella nostra immensa Villa a Sagromigno, vicino a Lucca, tra feste e mondanità, chiacchiere in giardino, lussuosi banchetti e incontri furtivi.
La Villa diventa il mio regno, il mio altare.
Faccio ricoprire una stanza intera di specchi, la visione della mia immagine non mi sazia mai.
Ormai non ho più freni, sono diventata spregiudicata e dai facili costumi.
I miei giovani amanti non si contano più.
Gaspare mi concede tutto, basta avermi accanto nelle occasioni ufficiali, sono come un trofeo da esibire per lui, mi perdona ogni dissolutezza.
Ancora una volta le voci su di me corrono veloci.
Ogni notte un giovane diverso mi fa visita nelle mie stanze, per poi sparire la mattina dopo. Qualcuno mormora che sia io stessa a farli scomparire, in botole irte di lame affilatissime.
Nessuna certezza ancora, ma la calunnia è sempre un venticello?
Gli anni passano, le notti scorrono fra le lenzuola della mia alcova.
Le feste e i banchetti si susseguono nel lusso più sfrenato.
Una mattina ad uno degli specchi della mi camera da letto, mi sembra di scorgere una piccola ruga.


Come è possibile? La mia bellezza si sta spegnendo?
Sono anch’io destinata a diventare una donna vittima dello scorrere del tempo?
Verità e leggenda si confondono fra loro. I miei pensieri sono confusi.
La disperazione mi scuote il petto, lacrime di sconforto solcano il mio viso.
Io vecchia e brutta? Mai…. Piuttosto la morte.
Il mio pianto non resta inascoltato. Sola nella mia stanza, mi trovo di fronte un giovane uomo dal bellissimo volto, che mi promette 30 anni di bellezza se alla fine rinuncio alla mia anima.
Ma chi è quel giovane? In realtà è il Diavolo, che mi fa un’offerta che non posso rifiutare.
Accetto senza esitazione, senza pensarci.
E così, nuovamente bella e piena di passione riprendo la mia vita di dissolutezza, tra le braccia dei miei giovani amanti, di cui mi disfo dopo ogni notte d’amore trascorsa nel letto nunziale.
Il tempo passa, non si ferma, la mia bellezza resta immutata.
La città parla nuovamente di me: come mai non invecchio?
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, i giorni concessi dal giovane misterioso passano.
Dopo 30 anni, il Diavolo ricompare al mio cospetto per prendere ciò che ho promesso.
Il mio tempo è finito.
Scappo, non posso accettare la mia fine, non posso rinunciare alla mia giovinezza.
Corro senza fiato sulle scale delle Torre delle Ore, nella vana speranza di fuggire al suo sguardo.
Devo fermare la campana.
Se riesco a non far battere la mezzanotte forse sarò salva. Ma la campana suona.
Il giovane bellissimo mi raggiunge, mi afferra e mi carica su una carrozza infuocata, trascinandomi piangente attraverso le mura di Lucca, mentre le mie grida rompono il silenzio della notte.
Il mio corpo senza vita è abbandonato nel laghetto dell’Orto botanico. La mia anima ora è sua la mia bellezza svanita per sempre.
La leggenda vuole che questa sia la mia fine, bella e crudele fino all’ultimo respiro.
Ancora oggi chi immerge il viso nel laghetto dell’orto botanico può vedere sul fondo il mio volto addormentato.
I più fortunati dicono di avermi vista vagare tra i corridoi di Villa Mansi, sempre bella e radiosa come un tempo.
Altri ancora sostengono che una voragine senza fondo mi abbia inghiottita con il giovane Diavolo proprio in quella che fu la camera degli sposi. Il foro infernale, che non è mai stato possibile chiudere del tutto, corrisponderebbe ad un cerchio ancora oggi visibile nella pavimentazione della stanza, foro per altro fatto risalire alla botola dove avrei gettato i miei innumerevoli amanti.
La realtà vuole che io sia morta di peste il 12 febbraio del 1649.
Il mio corpo giace, nella chiesa dei Cappuccini a Lucca, nella cripta dedicata alla mia famiglia.
Anche sul mio secondo matrimonio si stende il velo del mistero, alcuni dicono sia morta prima io, altri prima Gaspare, gettando altro discredito sul mio ricordo.
Realtà e fantasia si fondono in una storia che ha fatto sopravvivere il mio ricordo e la mia bellezza per oltre 400 anni…..

Rosella Reali

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Memorie e documenti per servire alla storia di Lucca, Volume 8 - Accademia lucchese di scienze, lettere ed arti, lettere ed arti Accademia lucchese di scienze - ReInk Books, 2017 

Lucida Mansi nella leggenda e nella storia - Eugenio Lazzareschi – Editore Pacini Fazzi, 2006