sabato 29 agosto 2015

Paul Marie Verlaine



Verlaine fotografato da Dornac mentre beve assenzio al Café Procope, 1892, Parigi Museo Carnavalet di Parigi

OMAGGIO DOVUTO

Son coricato per lungo sul suo fresco letto:
è giorno fatto; è più eccitante , più fatto apposta
per il prolungamento della luce cruda della
festa notturna immensamente accresciuta
per la perseveranza e la rabbia del culo e
dell'attenzione a farsi da solo cornuto.
E' nuda e s'accoccola sul mio volto per farsi
leccare, perché buono son stato ieri ed
è-buona lei, aldilà del pensiero- il suo regale
modo di ricompensarmi. Dico regale, dovrei
dire divino: quelle chiappe, carne sublime,
alma pelle, polpa fine, linea possentemente
pura bianca, ricca, striata d'azzurro, quella riga
dal profumo eccitante, rosa scuro, lenta, grassa,
e il pozzo d'amore, che dire! Festino finale, dessert
della fica ingozzata, delirio della mia lingua
arpeggiante sulle labbra come su una lira! E ancora
quelle chiappe, come una luna in due quarti,
misteriosa e allegra, dove voglio d'ora innanzi
nascondere i miei sogni di poeta e il mio cuor di
cacciatore e i sogni d'estete! E amante, o meglio,
padrona in silenzio obbedita, troneggia su di me,
caudatario abbagliato.

OUVERTURE

Tra le vostre cosce e natiche voglio perdermi,
puttane, del sole vero Dio sacerdotesse vere,
bellezze mature e no, novizie e professe,
ho! nelle vostre fessure, nelle pieghe vivere!

I vostri piedi splendidi, sempre vanno all'amante,
con l'amante ritornano, riposano soltanto
a letto nell'amore, poi gentilmente sfiorano
i piedi dell'amante ranicchiato stanco e ansante.

Serrati, profumati, baciati, leccati dalla pianta
alle dita, succhiate una ad una,
fino alle caviglie, fino ai laghi delle lenti vene,
più belli di quelli di eroi e apostoli!

Quanto mi piace la vostra bocca e i suoi giochi graziosi,
di lingua e di labbra e di denti,
che mordicchiano la lingua e talvolta anche meglio,
quasi altrettanto gentile che metterlo dentro;

E i vostri seni, duplice monte d'orgoglio e lussuria,
tra i quali il mio orgoglio virile a volte si solleva
per gonfiarsi a suo agio e strofinarci la capoccia:
come cinghiale nelle valli del Parnaso e del Pindo.

E le vostre braccia! Adoro anche le braccia cosi belle e bianche,
tenere e dure, molli, nervose quanto serve,
e belle e bianche come i vostri culi, e altrettanto eccitanti;
calde durante l'amore, e poi fresche come tombe.

E le mani in fondo a quelle braccia, ch'io possa mangiarle!
La carezza e la pigrizia le hanno benedette,
rianimatrici del glande rattrappito e schivo,
masturbatrici dalle infinite cure!

Ma tutto questo è niente, Puttane, al confronto
dei vostri culi e delle fiche la cui vista e il gusto e l'odore
e il tatto fanno dei vostri devoti degli eletti,
tabernacoli e Santi dell'impudicizia.

Perciò sorelle, tra le vostre cosce e tra le vostre natiche
voglio perdermi tutto, solo compagne vere,
bellezze mature o no, novizie o professe,
e nelle vostre fessure, nelle vostre pieghe, vivere!

A COLEI CHE SI DICE CHE SIA FREDDA

Non sei la più innamorata
di quelle che han preso la mia carne,
non sei la più saporosa
delle donne dell'inverno passato.

Ma ti adoro lo stesso! D'altronde
il tuo corpo dolce e benevolo,
nella sua calma suprema, tutto
ha così tanto femminile,

così naturalmente voluttuoso,
dai piedi a lungo baciati
sino a quegli occhi chiari, puri d'estasi,
ma quanto e come ben saziati!

Dalle gambe e le cosce
giovinette sotto la giovane pelle,
attraverso l'odor di formaggio
e di gamberi freschi, bello,

grazioso, discreto, dolce, cosino
appena ombreggiato di delicato oro,
che t'apri in un'apoteosi
al mio desiderio rauco e muto,

sino ai bei capezzoli di bambina,
di miss appena in pubertà,
sino al tuo seno trionfante
nella sua gracile venustà,

sino alle spalle lucenti,
sino alla bocca, sino alla fronte
ingenua innocente all'apparenza
ma che i fatti smentiranno,

sino ai capelli corti, ricciuti come
i capelli d'un bel ragazzino,
ma la cui onda ci affascina, insomma,
nella loro ricercata semplicità.

Passando per la lenta schiena
piacevolmente carnosa, sino
al culo sontuoso, divinamente bianco,
rotondità degne del tuo scalpello,

molle Canova! sino alle cosce
che ancora bisogna salutate
sino ai polpacci, sode delizie,
sino ai talloni di raso e d'oro!

Furono nodi incoercibili?
No, ma ebbero il loro fascino.
Furono i nostri fuochi terribili?
No, ma diedero il loro calore.

Fredda, per tornare in argomento? No, fresca.
dico che la cosa migliore
fu soprattutto, e mi lecco i baffi,
una masturbazione superiore.

Benchè tutte quelle gentilezze
ti sapessero preparare senza più,
come si dice, inconvenienti,
collegiale che mi piacesti.

E ti conservo tra le mie donne
rimpianta non senza qualche speranza
di quando forse ci amammo
e di senza dubbio riaverci.

QUADRO POPOLARE

L'apprendista non troppo magrolino, quindici anni, non bello
Gentile nella sua rozzezza un po' molle, la pelle
Scura, vivo e azzurro l'occhio, tira fuori dalla tuta azzurra,
Arzillo e duro a puntino, un cazzo gia' grosso
E chiava la padrona, una grassona ancor valida,
In delirio sul bordo del letto in atteggiamento furfantesco,
Gambe all'aria e seni al vento, con un gesto!
A vedere il ragazzo stringere le chiappe sotto la gonna,
E i frequenti passi in avanti che fanno i piedi,
Appar chiaro che non ha paura d'andar giù profondo
Ne' di mettere incinta la buona donna che se ne frega,
(Non c'e' là il cornuto, fiducioso e ricco?).
E così, arrivata al supremo momento,
Urla in un improvviso smarrimento:
"M'hai fatto un figlio, lo sento e ti voglio
Ancor più bene"- "Ed ecco i confetti del battesimo!",
Dice, dopo la cosa; e tenera, accovacciata,
Gli soppesa e palpa e bacia i marroni

RESA

Son fortunato. M'hai vinto.
Amo soltanto il tuo grosso culo
Tanto baciato, leccato, annusato,
E solo la tua cara fica tanto accarezzata,
Scopata-che non sono l'uomo
Per Gamorra né per Sodoma,
Ma per Paphos e per Lesbo,
( E tanto leccato la tua fica)
Convertito i tuoi seni così belli,
I tuoi seni pesanti che soppesano le mie mani
Affinché le mie labbra li bacino
E, come si annusa un flacone,
Succhino le punte rigide, e molli poi,
Come capita a noi
Con le nostre aste variabili.
E' un piacere diabolico
Farne una con la donna sopra,
Normale o alla pecorina
O alla Maria Antonietta
Eccetera fino a domani
Con te, despota adorata,
La cui volontà mi è sacra,
Infernale piacere che mi uccide
Nel quale mi estenuo
A soddisfare la tua lussuria.
Si spande lo sperma dal mio cazzo
Come il sangue da una ferita..
Non importa! Finché vive il mio cuore
E il mio essere ancora palpita
Voglio obbedire alla tua legge in tutto
In te avendo, oh dura amica,
Non più un'amica ma un padrone.

FESTINO

Incrocia le cosce sulla mia testa
In modo che la mia lingua
Tacendo ogni stupida arringa,
Possa soltanto far festa
Alla fica tua e al tuo culo
Dai quali son stato sempre vinto
Come da tutto il corpo tuo, del resto.
E dalla tua anima male celeste
E dal tuo carnivoro spirito
Che in me divora l'ideale
E mi ha reso il più puttaniere
Dal più puro, dal più liliale
Che ero prima d'incontrarti
Da anni e da anni.
Su, sistemati bene e mostra
Con qualche gesto compiacente
Che in fondo ami il tuo vecchione
O che almeno lo sopporti
Leccandolo (coglioni compresi)
E non dimenticando il culo,
Come un giovane più seducente
Senza dubbio, ma meno appetitoso
Per pratica e sapienza.
O la tua fica! che profumo! Ci frugo
Con la bocca e col naso
Vi faccio il diavolo e annuso
E vi rovisto, e farfuglio
E fiuto e oh! sbavo
Nella fica dall'odore sporcaccione
Sovrastata da flave labbra
E da rossa peluria circondata
Che porta al buco miracoloso,
Dove fiuto e dove sbavo
Con meticolosa cura
E l'aspro ardore d'uno schiavo
Liberato da ogni pregiudizio.
L'adorabile riga che ho
Leccata amoroso, dai
Reni passando per il pertugio
Dove mi dilungo in lunga seduta
Per le devozioni d'uso,
Mi conduce dritto alla fessura
Tionfante della mia infante.
Là, faccio un salamelecco
Assolutamente esoterico
Al clitoride per niente asciutto,
Cosicchè la mia testa di sotto
Esasperata da quel grande lavoro
Si spande in bianca retorica
Ma si appaga sin dalle primizie
E mi addormento tra le tue cosce
Che per via della tenera emozione
La fatica ti ha fatto aprire.

PER RITA

Detesto una donna magra,
Tuttavia ti adoro, o Rita,
Colle tue labbra un po' negre,
Dove la lussuria prese corpo.

Coi tuoi neri, osceni capelli,
A forza di essere così belli,
E gli occhi dove vi son scene,
Parola mia, che san di bruciato

Tanto il loro fuoco scuro e allegro insieme
D'una così lubrica allegria
Illumina di suprema grazia,
Nella peggiore impudicizia,

Sguardo che suona di virtuoso
Le pratiche di cui si tace:
"Osa qualunque cosa proponga,
Tutto ciò che il culo ti detta";

E sulla sua taglia come d'uomo
Sottile molto sottile tuttavia,
Il tuo busto, perplessa Sodoma
Intraprendente poi esitante,

Perché nella stoffa troppo tesa
Dei tuoi corpetti corruttori
I duri piccoli seni di statua
Dicono: "Uomo o Donna?" agli eccitati.

Ma quanto femminile le tue gambe,
La loro grazia grassa verso l'alto
Fino alle natiche che indovina
Il mio desiderio mai in difetto,

Nelle pieghe oscene dell'abito
Che un'arte audace ha saputo disporre
Per mostrare più di quanto nasconda
Un ventre dove posare il mio!

In breve, tutto il suo essere respira
Soltanto fame e sete e passioni..
Ora, io credo di stare ancor peggio:
Bisognerebbe mettere a confronto.

Su, a letto in fretta, ragazza mia,
Diamoci dentro sino al mattino,
Sarà una battaglia trionfante
A chi sarà più puttana.

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