giovedì 23 aprile 2015

dietro ai loro sorrisi

DIETRO AI LORO SORRISI SI CELA IL VOSTRO FUNERALE, RAGAZZI: LA ‘RIPRESA’ VISTA DAL VERO POTERE.


di Paolo Barnard

Vedete, parlo semplice. Ci sono i grandi capi, quelli che, come Mario Draghi o Jean-Claude Juncker, appaiono in pubblico e davanti alla stampa. Loro sorridono, e come canta l’immensa canzone di Povia “Chi comanda il mondo” vi dicono che tutto va bene, c’è la ripresa.


Voi ragazzi, qui in Italia disoccupati al 44%, in Spagna oltre il 55% ecc, sperate.

Poi ci sono i tecnici che lavorano nell’ombra degli uffici dei grandi capi, quegli scienziati economici ragionieri dei numeri VERITA’, che scrivono per i loro grandi capi la VERITA’. Eccola:

MARCH 2015 ECB STAFF MACROECONOMIC PROJECTIONS FOR THE EURO AREA, documento interno alla Banca Centrale Europea. Tradotto è: MARZO 2015 LE PROIEZIONI MACROECONOMICHE DEL PERSONALE DELLA BCE PER LA ZONA EURO.
E cosa ci dicono i tecnici che sanno la VERITA’ nelle ombre della dittatura dell’Eurozona? Che Draghi non risolverà un accidenti di nulla con tutti i suoi trucchi MONETARI (T-LTRO, ABS, OMT, QE), perché l’ECONOMIA REALE non ne beneficia (lo diceva anche Barnard). E soprattutto che anche alla fine di tutti i trucchi di Draghi e della cosiddetta ripresa di cui parlano i giornalisti puzzoni delle TV e quotidiani… attenti…

LA DISOCCUPAZIONE IN EUROZONA RIMARRA’ QUASI IDENTICA A OGGI, CIOE’ RISOLTO NULLA, ZERO, PER NOI GENTE FAMIGLIE AZIENDE. ZERO, NULLA.

Questo ci dice MARCH 2015 ECB STAFF MACROECONOMIC PROJECTIONS FOR THE EURO AREA
Ma peggio. Il documento interno ha portato il Financial Times a scrivere: “La crisi dell’Eurozona è stata così devastante che ha PERMANENTEMENTE DISTRUTTO la capacità delle sue economie di creare lavoro, persino quando ci sarà ripresa”. Agghiacciante. Questa è la verità del vostro futuro ragazzi.

E poi la beffa finale. Prima della crisi, INTERAMENTE DOVUTA all’avvento dell’euro come moneta non sovrana per nessuno (con moneta sovrana come il dollaro si rimedia, infatti gli USA della crisi hanno oggi il 5,5% di disoccupazione, non il 12-14% nostro), ci dice il documento della BCE “le disoccupazione erano più o meno simili in tutti i maggiori Paesi d’Europa”.

No, ma l’euro è un successone suvvia. Lo dice Ezio Mauro di La (vomito) Repubblica, non date retta ai tecnici della BCE. De Benedetti ne sa di più.

Poveri voi ragazzi. Vi voglio bene. PB

http://altrarealta.blogspot.it/

migranti...

Strage di migranti: una foto che dedico a gente come Salvini e Santanchè!


Un cazzotto allo stomaco, tristezza, dolore immenso, queste sono le sensazione che ho provato quando ho visto questa foto agghiacciante pubblicata sul profilo facebook di Alessandro Gilioli ... foto che dedico a gente come Matteo Salvini, Daniela Santanchè e tutti quelli che in questi giorni stanno sparlando ed esternando frasi indecenti contro gli immigrati (dimenticando poi che noi Italiani abbiamo invaso mezzo mondo)! Il silenzio sarebbe l'unica cosa decente che potrei accettare uscisse dalle loro bocche!


Ah, per chi non lo sapesse, ricordo che anche la storia Italiana è stata segnata da grandi periodi di migrazione, uno dei più importanti è stato nel periodo dal 1861 al 1960, quando oltre 24 milioni di Italiani emigrarono in america e nel resto mondo (VENTIQUATTRO MILIONI) ... in questo post trovate tutti i dati.






Vedi anche: 

Quando ad emigrare eravamo noi ...

fonte: www.stopcensura.com

martedì 21 aprile 2015

mani pulite

fu un vero e proprio colpo di Stato

Mani Pulite” continua a essere agiograficamente celebrato come un evento decisivo, come una liberazione, vuoi anche come il trionfo della democrazia sulla corrottissima “prima repubblica”. Ma siamo davvero sicuri che sia questo il corretto modo di intendere la realtà? Mi permetto di dubitarne, sollevando il dubbio metodico di marca cartesiana. Il compito della filosofia, forse, risiede proprio nel problematizzare l’ovvio o, come diceva Heidegger, nel fare emergere come “in ogni cosa risaputa si celi ancora qualcosa degno di essere pensato”.

Sarò telegrafico, esponendo in forma apodittica la mia tesi, che ho meglio argomentato nello studio “Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione” (Bompiani 2014, cap. VI). “Mani Pulite”, con buona pace delle retoriche edificanti e della “pappa del cuore” per anime belle, fu un vero e proprio colpo di Stato che rese possibile l’abbandono del welfare State e di quelle forme politiche che, pur corrottissime, ancora ponevano in primo piano la comunità umana e i suoi bisogni concreti, l’istruzione e la sanità garantite, non certo il mercato sovrano e assoluto.

La logica dialettica di sviluppo del capitalismo è quella della progressiva estensione della forma merce a ogni ambito e, insieme, della distruzione di ogni limite che a tale movimento si opponga: “ogni limite è per il capitale un ostacolo”, sapeva già Marx. E il capitale procede al superamento degli ostacoli per imporre la forma merce ovunque, di modo da rispecchiarsi in ogni cellula della realtà integralmente reificata (sul tema, rimando al mio “Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo”, 2012).

Ora, con la “prima repubblica” vi era certo la corruzione (che non mi sogno di negare o anche solo di ridimensionare!), ma vi era pur sempre un governo ispirato a valori non coincidenti con quelli del mercato e, anzi, potenzialmente in grado di prendere posizione contro di essi.  DC e PCI, pur diversissimi, erano accomunati da un’attenzione per il sociale che oggi è scomparsa su tutto il giro d’orizzonte, a destra come a sinistra. Il fanatismo dell’economia doveva abbattere esattamente tutto questo, per sostituirlo con una politica che non fosse altro che la continuazione dell’economia con altri mezzi.

Fu ciò che, appunto, “Mani Pulite” rese possibile. Non era possibile farlo tramite un aperto colpo di Stato manu militari, proprio come gli USA non possono bombardare i popoli esibendo l’autentica ragione, cioè la criminale brama di dominio imperialistico del mondo: proprio come gli USA, dal 1989 ad oggi (in quella che, con Costanzo Preve, ha definito la “quarta guerra mondiale”), bombardano sempre in nome dei diritti umani e della libertà, della democrazia e dell’umanità, analogamente “Mani Pulite” distrusse i diritti sociali e una politica non ancora subordinata integralmente all’economia, e lo fece in nome della lotta alla corruzione e della giustizia, dell’onestà e della questione morale. Lo fece, cioè, trovando l’appoggio di un’opinione pubblica artatamente pilotata e, di più, rincretinita ad opera del circo mediatico e dal clero giornalistico, tramite parole d’ordine come “lotta alla corruzione” e “onestà”; parole d’ordine che, trovando subito il cosnenso universale, fecero sì che gli Italiani acconsentissero e, di più, volessero la distruzione dell’Italia stessa come Paese sovrano e non ancora integralmente sottomesso al fanatismo economico.

Il grado di ipocrisia fu, grosso modo, lo stesso che riscontriamo abitualmente nelle politiche estere statunitensi: la lotta contro la corruzione divenne il casus belli per distruggere lo Stato e la politica, i diritti sociali conquistati, e dunque per aprire l’esiziale ciclo delle privatizzazioni in nome del sacro dogma – sempre ripetuto ancora oggi nelle omelie neoliberali – della competitività in assenza dei lacci e dei lacciuoli dello Stato. Non diversamente, gli USA continuano a usare barbuti dittatori come pretesto per massacrare i popoli (Iraq, Libia, ecc.), sempre in nome – citando Preve – dell’intervenitismo umanitario, del bombardamento etico e dell’embargo terapeutico. Questo è il punto. Occorreva attuare la cosiddetta “rivoluzione liberista”, ossia la privatizzazione neoliberale dell’intera società, con aziendalizzazione del sociale, rimozione del diritti sociali (sostituiti dai diritti civili innalzati a soli diritti esistenti), distruzione della politica, sostituzione dei politici con maggiordomi della finanza e del vecchio capitalismo europeo dotato di welfare state con il capitalismo selvaggio americano senza diritti e garanzie.

Questo fece Mani Pulite, con buona pace delle grandi narrazioni ripetute urbi et orbi dalla propaganda ufficiale. Mani Pulite fu un colpo di Stato giudiziario ed extraparlamentare con cui, in coerenza con la nuova politica globale, si era precocemente iniziato a distruggere il lascito di uno Stato sociale di stampo keynesiano, sia pure in preda alla corruzione.

Si aprì, così, nel consenso generale, e nel trionfo di scene patetiche come quella del lancio delle monetine, il ciclo irresistibile di politiche inetrescambiabili di centro-destra (il cavaliere Berlusconi) e di centro-sinistra (il baffetto D’Alema), in un’alternanza senza alternativa in cui a vincere era sempre e solo il mercato, sempre e solo il nesso di forza capitalistico, sempre e solo il fanatismo dell’economia. Di qui occorre tornare a riflettere per comprendere le vicende degli ultimi vent’anni, il piano inclinato che ci ha portati dove attualmente siamo.

Diego Fusaro

http://scenarieconomici.it/mani-pulite-un-colpo-di-stato-giudiziario-di-diego-fusaro/
http://altrarealta.blogspot.it/

domenica 19 aprile 2015

Biglino: nella Bibbia non c'è Dio né la creazione del mondo

La Bibbia è uno dei tanti libri che l’umanità ha scritto nel corso della sua storia, quindi va letta come tale, secondo me. Parla del rapporto tra un popolo e un individuo, che noi conosciamo con il nome di Jahwè, e che poi successivamente ci è stato presentato come Dio. Leggo la Bibbia dai tempi del liceo e la trovo affascinante, più l’approfondisco e più mi piace. La Bibbia contiene moltissimi errori, contraddizioni e discrepanze. Di errori, i docenti israeliti ne hanno trovati almeno 1.500 (tra errori e sviste), e poi ci sono un sacco di contraddizioni e discrepanze, veramente tantissime. Sicuramente la contraddizione che mi ha colpito di più quella che è stata tradotta dall’esterno, cioè la volontà di vedere nella Bibbia la presenza di Dio, che assolutamente in realtà non c’è. Il modo corretto per affrontare la Bibbia? Leggerla, appunto, come uno dei tanti libri che l’umanità ha scritto nel corso della sua storia, cercando di dare credito a ciò che c’è scritto. Dobbiamo leggerla e studiarla perché, piaccia o non piaccia, almeno un paio di miliardi di persone hanno la vita condizionata, direttamente o indirettamente, da quel libro.
Se la Bibbia viene da Dio? Assolutamente no – e per fortuna, direi. Se Dio ci ha fatto a sua immagine? Non Dio, ma gli Elohìm, cioè quel gruppo di individui di cui parla la Bibbia, che ci hanno costruiti – loro sì, a loro immagine. Cosa cambierei della Mauro BiglinoBibbia? Nulla. La Bibbia va presa così com’è, altrimenti non sarebbe più la Bibbia. Salverei la Genesi, perché è il libro che, essendo stato preso da libri più antichi di altri popoli del Medio Oriente – quindi, quello meno toccato dalla teologia, per certi aspetti – è quello che ha più probabilità di contenere delle verità, almeno dal punto di vista della cronaca e della storia. La prima volta che ho letto la Bibbia ho provato stupore, per le differenze che ci sono tra ciò che leggo nella Bibbia e ciò che della Bibbia avevo sempre sentito raccontare. I dubbi mi sono nati mentre ero alla mia scrivania, mentre facevo le mie traduzioni professionali della Bibbia per conto delle Edizioni San Paolo.
Conosciamo tutto, del nostro passato? Per fortuna no, così abbiamo ancora un sacco di cose da studiare. Cosa sia la creazione non lo so, ovviamente penso che non lo sappia nessuno. Non so come sia nato l’universo. Di certo so che non se occupa neppure la Bibbia. Cioè, nemmeno la Bibbia parla di creazione. Né tantomeno del diavolo: il diavolo biblico non esiste, come non esistono né l’inferno né il paradiso biblico. Nella Bibbia non esistono neppure gli angeli. Esisterà l’Apocalisse? Se per Apocalisse intendiamo Rivelazione, allora io spero che prima o poi ci sia la rivelazione di una qualche forma di verità. Gli alieni? Mi stupirei se non esistessero. La Bibbia oggi è sicuramente ancora attuale: siamo in Italia, e la stessa politica italiana è comunque condizionata da ciò che da quel libro è stato ricavato. Quanto c’è di vero e quanto di falso? Stabilire percentuali è quasi impossibile. Direi che nella Bibbia c’è sicuramente una sostanza cronachistica e storica vera, su cui è stato costruito un castello di falsità.
Se la Bibbia è in grado di rispondere a tutte le domande? Assolutamente no. Direi che non era neppure il suo obiettivo: la Bibbia si occupava solo del rapporto tra un popolo e un individuo di nome Jahwè. A un certo punto – parliamo della storia di Adamo ed Eva, ovviamente – questo gruppo di Elohìm ha avuto la necessità di fabbricarsi qualcuno che lavorasse per loro. Hanno fatto prima il maschio, un gruppo che noi conosciamo come l’Adàm, e con ogni probabilità lo hanno fatto con un intervento di Adamo ed Evaingegneria genetica. Dopo un po’ di tempo si sono accorti, bontà loro, che il maschietto da solo non stava tanto bene. E hanno deciso di fargli la femminuccia, e anche questa l’hanno fatta – stando a quel che racconta la Bibbia – compiendo un ulteriore intervento di ingegneria genetica. E di lì in avanti, poi, si è sviluppato il tutto.
Penso che questo possa essere considerato l’inizio, perlomeno della specie che conosciamo come homo sapiens, perché prima probabilmente gli ominidi hanno seguito il loro normale processo evolutivo. Io penso che la vita, come espressione del Dna, chieda ad ogni essere vivente di realizzare se stesso al meglio e sviluppare al meglio i suoi talenti. Il senso della Bibbia è quello di raccontarci una storia, dalla quale probabilmente possiamo ricavare delle informazioni sulle nostre origini. A un religioso cristiano non ho da dire assolutamente nulla, anche perché non ho la necessità di convincere nessuno. Io a metto a disposizione le mie cose, poi ciascuno ne fa quello che vuole.
(Mauro Biglino, affermazioni rilasciate a “Luoghi Misteriosi” per la video-intervista parallela con monsignor Avondios, arcivescovo della Chiesa Ortodossa di Milano, pubblicata su YouTubeSaggista e già traduttore per le Edizioni San Paolo di 19 libri dell’Antico Testamento, Biglino ha suscitato molto clamore con volumi recenti come “Il Dio alieno della Bibbia”, “Non c’è Creazione nella Bibbia” e “La Bibbia non è un libro sacro”, pubblicati da Uno Editori, nei quali sostiene che – traduzione letterale alla mano – la Bibbia non faccia mai cenno ad alcuna divinità, né tantomeno alla creazione del mondo).

fonte: www.libreidee.org

domenica 12 aprile 2015

USA: sterilizzazione per ridurre la popolazione


Gli Usa sono stati il primo paese al mondo ad intraprendere un programma di sterilizzazione obbligatoria a fine eugenetico. I responsabili del programma erano dei credenti accaniti nell'eugenetica, giustificazione che hanno spesso sostenuto per il loro programma stesso, che tuttavia finì per essere interrotto a causa di problemi etici. 

I principali bersagli di questo programma americano erano gli individui intellettualmente disabili e malati di mente, ma in molte leggi statali venivano anche specificamente presi di mira sordi, ciechi, epilettici, fisicamente deformi. 

Secondo l'attivista Angela Davis, sia nativi americani che donne afro-americane furono sterilizzati contro la loro volontà in molti stati, spesso a loro insaputa mentre erano in ospedale per altri motivi (ad esempio, parto). Altri attivisti nativi americani, come il dr. Pinkerman, hanno concluso che circa 25.000 donne native americane furono forzatamente sterilizzate contro la loro volontà, anche se altri hanno sostenuto che questi numeri siano esagerati.

Alcune sterilizzazioni ebbero luogo in prigioni ed in altri istituti di pena, avevano dunque come target la criminalità, ma erano in relativa minoranza. Stime conclusive parlano di oltre 65.000 persone sterilizzate in 33 stati, sotto programmi statali di sterilizzazione obbligatoria.

Il primo stato ad introdurre un disegno di legge per la sterilizzazione obbligatoria fu il Michigan, nel 1897, ma la proposta di legge non riuscì a raccogliere sufficienti voti da parte dei legislatori per essere adottata. Otto anni dopo, i legislatori statali della Pennsylvania approvavano una legge di sterilizzazione, ma le fu posto il veto da parte del governatore. L'Indiana divenne quindi il primo stato ad adottare effettivamente una legislazione sterilizzativa nel 1907, seguito da vicino dalla California e da Washington nel 1909. Comunque i tassi di sterilizzazione in tutto il paese erano relativamente bassi (la California fu l'unica eccezione), almeno fino al 1927, quando, in relazione al caso Buck vs. Bell, la Corte Suprema legittimò la sterilizzazione forzata dei pazienti di un istituto per disabili intellettivi in Virginia. 

Da allora, il numero di sterilizzazioni effettuate ogni anno aumentò, fino ad un altro caso giunto in valutazione nel 1942 alla Corte Suprema, Skinner vs. Oklahoma, che complicò la situazione giuridica con una sentenza contro la sterilizzazione di criminali, motivando che la clausola della parità di diritti tutelata dalla costituzione veniva violata, nel senso che, se la sterilizzazione doveva essere eseguita, allora non se ne potevano esentare chi avesse commesso crimini finanziari.

In linea generale, la maggior parte delle leggi di sterilizzazione americane possono essere suddivise in tre principali categorie di motivazioni: 

- eugenetica (problema dell'ereditarietà), 
- terapeutica (basata sull'idea che la sterilizzazione avrebbe potuto curare tratti sessuali considerati patologici come la masturbazione o la pedofilia), 
- punitiva (intesa dunque come una punizione per i criminali), anche se naturalmente queste motivazioni potrebbero essere combinate tanto nella teoria quanto nella pratica (la sterilizzazione dei criminali avrebbe potuto essere intesa sia in senso punitivo che eugenetico, ad esempio). 

In ogni caso, la sentenza Buck vs. Bell affermò solo che la sterilizzazione eugenetica era costituzionale, mentre la sentenza Skinner vs. Oklahoma stabilì l'illegittimità di particolari discriminanti riguardo alla sterilizzazione punitiva. Comunque la maggior parte delle operazioni furono tese soltanto ad impedire la riproduzione (come nel caso del recidere i vasi deferenti nei maschi), anche se alcuni stati (Oregon e North Dakota in particolare) avevano anche leggi che richiedevano l'uso della castrazione. In generale, la maggior parte delle sterilizzazioni sono state eseguite in strutture statali: istituti eugenetici, ospedali, case per disabili mentali e psichiatrici. Non c'è mai stato uno statuto federale per la sterilizzazione, anche se l'eugenista Harry H. Laughlin, il cui studio "Modello Eugenetico per la Legge sulla Sterilizzazione" è stato la base della legislazione affermata nel caso Buck vs. Bell, propose di instituirne uno nel 1922.

Dopo la seconda guerra mondiale, l'opinione pubblica verso l'eugenetica ed i relativi programmi di sterilizzazione è diventata più negativa, alla luce del collegamento con le politiche di genocidio attuate dalla Germania nazista, anche se un numero significativo di sterilizzazioni è proseguito in alcuni stati fino alla fine degli anni sessanta, ed in particolare il Consiglio di eugenetica dell'Oregon, più tardi rinominato commissione di protezione sociale, è esistito fino al 1983, con l'ultima sterilizzazione forzata verificatesi nel 1981.

Negli ultimi anni, i governatori di molti stati hanno fatto pubbliche scuse per i loro programmi precedenti, iniziando con la Virginia, seguita poi dall'Oregon e dalla California stessa. Tuttavia nessuno si è mai offerto di risarcire le persone sottoposte a sterilizzazione coatta, adducendo a motivo che probabilmente pochi di essi erano ancora in vita (e che ovviamente non avevano figli da risarcire), e che comunque le registrazioni rimaste erano inadeguate ad un'indubitabile verifica.

A partire dal gennaio 2011, tornarono in corso discussioni in materia di risarcimento per le vittime della sterilizzazione forzata sotto l'autorizzazione del Consiglio eugenetico del North Carolina, ciò a conseguenza della costituzione, nel 2010, da parte del governatore Bev Perdue, d'una fondazione atta a "fornire giustizia e risarcire le vittime che sono state forzatamente sterilizzate da parte dello Stato del North Carolina". Alla fine, nel 2013, lo stato del North Carolina ha annunciato che avrebbe versato 10 milioni dollari, a partire dal mese di giugno del 2015, per compensare gli uomini e le donne che fossero state sterilizzate nel programma eugenetico dello Stato stesso; nello specifico, il North Carolina ha sterilizzato 7.600 persone dal 1929 al 1974, cittadini che sono stati ritenuti socialmente o mentalmente inabili. 
Discussioni in materia di risarcimento per le vittime della sterilizzazione forzata in altri stati devono ancora cominciare.
Una recente indagine della Associated Press sulle pratiche dei tribunali del Tennessee durante il patteggiamento ha messo in allerta gli americani su una delle tradizioni governative più agghiaccianti e finora considerate proibite: la sterilizzazione forzata dei carcerati.

Secondo la giornalista della AP Sheila Burke, un caso recente ha riguardato una donna del Tennessee con disturbi psichici, il cui bambino era morto in circostanze “misteriose”. Durante il patteggiamento, il pubblico ministero avrebbe usato la minaccia del carcere se la donna non avesse acconsentito alla sterilizzazione. “Negli ultimi cinque anni, i pubblici ministeri di Nashville hanno incluso almeno quattro volte la sterilizzazione della donna nel patteggiamento” scrive la Burke.

La pratica della sterilizzazione non si limita all’ufficio del procuratore distrettuale di Nashville. Tra il 2006 e il 2010, in California, circa 150 donne carcerate sono state sterilizzate, cosa che ha spinto il governatore Jerry Brown a firmare una legge che vieta la pratica. Solo l’anno scorso la Carolina del Nord ha passato una legge che risarcisce le vittime dei programmi eugenetici operanti fino al 1976. Legge che però non risarciscele vittime di sterilizzazioni forzate attuate al di fuori delle competenze del Consiglio Eugenetico della Carolina del Nord.

L’appoggio forse più famoso alla sterilizzazione di stato arrivò dal giudice supremo Oliver Wendell Holmes, che motivando la decisione sul caso Buck v. Bell scrisse vergognosamente: “tre generazioni di imbecilli sono abbastanza”. La corte suprema votò otto contro uno a conferma del programma di sterilizzazione forzata applicato a discrezione dello stato della Virginia sulle persone giudicate inadatte a riprodursi. Sebbene sia considerata una delle peggiori tra quelle emesse dalla corte suprema, la sentenza non è mai stata rovesciata.

Se in passato la sterilizzazione forzata era giustificata sulla base di una “purezza genetica”, i sostenitori di quella attuale non hanno problemi a citare la “pubblica sicurezza” a giustificazione dell’atto. Ai genitori che coerentemente mettono i loro figli in condizioni di rischio dovrebbe essere vietato avere altri figli: tutto qui, dicono. E, citando casi tragici e talvolta inquietanti di infanticidio, non mancano quelli che supportano la tesi.

Anche intesa come misura di sicurezza, però, la sterilizzazione mostra il volto più disumano dello stato. Il governo, qualunque governo, che impone la mutilazione a chi è accusato di un crimine è roba da fantascienza distopica. Dicendo di voler prevenire un futuro abuso su minori, la sterilizzazione viene fatta passare per giustizia preventiva. In realtà non è altro che il “precrimine” di cui parla Philip K. Dick nel suo Minority Report. Ed è anche una chiara violazione del principio del giusto processo, a prescindere da quello che dicono gli uomini in toga nera.

Per quanto la faccenda sia inquietante, non dovrebbe sorprendere chi ha visto erodersi la relazione medico-paziente a causa dell’intrusione dello stato. Come spiega il dottor Thomas Szasz, la privacy del paziente sfuma man mano che lo stato si inserisce nella sanità. Quando la medicina passa da una interazione da pari a pari, medico-paziente, ad una transazione a più strati, paziente-medico-stato-aziende, gli interessi in competizione tra loro cominciano ad insinuarsi sempre più nelle relazioni tra le parti interessate. Oggi i medici sono tenuti a riportare le loro azioni alle compagnie di assicurazioni, i tribunali, gli avvocati, le burocrazie, le agenzie di assistenza ai minori, e tutta una serie di terze parti, e sono tutti questi assieme a dettare le condizioni in cui deve avvenire il trattamento medico.

Leonardo Conti, il medico “Capo della Sanità” durante il Terzo Reich in Germania, nutriva ambizioni simili riguardo il sistema sanitario da lui diretto. Il suo regime richiedeva che “la terapia… fosse somministrata negli interessi della razza e della società e non dell’individuo malato”.Questa è la trasformazione avvenuta tanto tempo fa nel sistema sanitario americano. Quando stato e interessi aziendali si insinuano nella sanità, la salute mentale dei singoli genitori e il diritto a riprodursi diventano schiavi delle fisime perverse di una classe manageriale affamata di potere. Pratiche aberranti come la sterilizzazione forzata si trasformano in “trattamenti” di routine, con il bisturi nelle mani di avvocati e burocrati. 

Fonte - Fonte - Fonte 

Vedi anche: 

La strage della sterilizzazione forzata

fonte: freeondarevolution.blogspot.it

martedì 7 aprile 2015

Sturdust


David Bailey, le sue foto, al PAC.
molti ritratti, molto centrati. quasi tutti in BN.
la mostra è divisa per temi: moda (Vogue), ritratti di artisti, ritratti di attori,foto di e con Andy Warrol e Dalì, Rolling Stones, East End di Londra, nudi (Democracy), Skulls, Pin ups, Sudan, Revolution, foto con il cellulare e altri dispositivi, e Catherine Bailey, la moglie.
le foto che mi sono piaciute di più? quelle della moglie, indubbiamente.
qualcosa esce dal rigore formale del ritratto, della facciona in primo piano, e si snoda tra le maglie di qualcos'altro, probabilmente del sentimento e dell'attrazione.
alcune sono seppiate, quasi malinconiche, altre sono semplicemente molto sensuali, altre ritraggono un parto, ma inizialmente ingannano, sembra un orgasmo. (ma sul web non si trovano..)

le sperimentazioni di questo autore sono state molte e questo mi piace, si è cimentato in modi e mondi diversi. rispetto a una certa fissità narrativa dei fotografi, che imboccano una via e non la mollano più, Bailey si è messo alla prova. 






 una mostra godibile, un buon passatempo.
fonte: nuovateoria.blogspot.it

lunedì 6 aprile 2015

censura

CENSURA. L'OFFENSIVA POLITICO-MEDIATICA CONTRO I SITI DI CONTRO-INFORMAZIONE

DI GUILLAUME BOREL
Negli ultimi mesi si sono verificati numerosi attacchi contro i siti di contro informazione, accusati di veicolare tesi complottiste o semplicemente di dare false notizie. Questi attacchi provengono da diverse sfere, tanto politiche quanto mediatiche. Fra gli altri, possiamo citare le dichiarazioni del premier David Cameron, che assimila i cosiddetti siti “complottisti” al terrorismo facendo appello all’ONU affinché fossero trattati come tali, ma c’è stata anche la dichiarazione del presidente francese François Hollande,e nell’occasione della commemorazione della liberazione di Auschwitz nel quale annunciava un “piano globale di lotta contro il razzismo e l’antisemitismo” organizzato attorno a tre idee: la sicurezza, l’educazione e la “regolamentazione informatica”, prendendo cioè di mira le “tesi complottiste che si diffondono su internet e attraverso i social”.


Il presidente francese ha anche fatto appello per la creazione di un “quadro giuridico” europeo e internazionale destinato a criminalizzare la diffusione di contenuti qualificati di “complottismo”. Si vede qui tutto il pericolo che corre la libertà di espressione, ma soprattutto la libertà di informazione, con l’utilizzo di una definizione giuridica così soggettiva e fluida come quella di “complottismo”, che si presta a ogni interpretazione e soprattutto ad una definizione a geometria variabile, al servizio di chi vorrebbe imporre una versione ufficiale della storia.  
Si tratta in realtà, sotto pretesti morali falsi, di imporre la possibilità di una censura generalizzata ad ogni narrazione divergente nella sfera dell’informazione. I media finanziati, che da tempo hanno rinunciato al loro ruolo di contro potere e siedono allegramente sulla carta di Monaco, si sono fatti ancor di più ausiliari di una polizia politica e di questa offensiva governativa contro l’informazione dissidente.

Per prima fu la volta del giornale l’Express, che ha pubblicato  un articolo di polizia politica con una recensione di tutti i siti internet considerati “complottisti” o “cospirazionisti” e facendo appello agli internauti affinché li denunciassero per aggiornare un “database” di quei siti. Più recentemente il settimanale Marianne si è lanciato in una analoga operazione di polizia politica, con un dossier sobriamente intitolato: “I folli del complotto”, dal quale si indovina subito la prospettiva giornalistica…
L’Expres rilanciava il 4 marzo 2015 con un articolo che presentava i lavori fatti sul tema dalla fondazione Jean Jaurès e intitolato:ì  "I Folli del complotto" “Il cospirazionismo, un estremismo politico influente”.
La fondazione Jean Jaurès è un think tank socialista che ha come missione ufficiale quella di “costruire un mondo più democratico, inventare le idee del domani e comprendere la storia sociale e operaia»”.
La fondazione è direttamente affiliata al partito socialista, come dimostra la composizione del suo Consiglio di amministrazione. Il suo presidente, Henri Nallet, è stato ministro dell’agricoltura nei governi Fabius e Rocard fra 1985 e 1990, poi guardasigilli dal 1990 al 1992. Gérard Collomb, attuale sindaco di Lione, è allo stesso tempo membro della direzione. Troviamo anche pesi massimi del Partito Socialista del calibro di Jean-Marc Ayrault, Vincent Peillon o ancora François Rebsamen.
Questo vuol dire che ogni comunicazione che proviene dalla fondazione Jean Jaurès non è per nulla obiettiva ma è commissionata direttamente dal Partito Socialista. Bisogna inoltre precisare che questa “fondazione” è stata riconosciuta di “utilità pubblica” e che riceve “finanziamenti pubblici che rappresentano la maggior parte del suo budget (63%)”. Fra i suoi mecenati figurano anche le principali imprese delle quali lo Stato è principale azionista, fra le quali EADS, EDF, GDF Suez, Orange, o ancora la Cassa Depositi… Sono precisazioni impostanti che i contribuenti sapranno apprezzare…

Il «rapporto» della fondazione Jean Jaurès ripreso da L’Express, che abbiamo ormai capito essere uno strumento di comunicazione politica, è stato commissionato a Rudy Reichstadt, autoproclamatosi esperto della «galassia complottista», animatore del sito "conspiracy watch" e militante sionista dei circoli neocon francesi, vicino a Caroline Fourest e a Bernard-Henri Levy. Ha pubblicato diversi articoli sulla rivista Le meilleur des mondes, animata dal gruppuscolo Le Cercle de l’Oratoire, fondato dopo gli attentati dell’11 settembre per lottare contro l’anti-americanismo e promuovere le tesi atlantiste. Ha altresì beneficiato di diverse tribune sul sito di Bernard-Henri Levy, La règle du jeu. Il suo percorso e la sua rete nella galassia neoconservatrice è stata dettagliatamente documentata dall’observatoire du néo-conservatisme.
Lo pseudo-rapporto di Rudy Reichstadt è dunque in primo luogo un oggetto di propaganda militante destinato a radicarsi come riferimento istituzionale nell’offensiva in atto contro la libertà di informazione, grazie al beneficio e all’autorevolezza conferito dalla fondazione Jean Jaurès.

Sotto la cappa di una sfilza di citazioni e di un linguaggio che si pretende “accademico”, l’autore compila il solito processo teso a squalificare la contro informazione facendone di tutt’erba un fascio sotto il comune denominatore del “complottismo”, del quale pretende anche di farne una analisi psicologica… Si viene così a sapere che il “complottista” si presenta “come un «cercatore di verità», un «resistente», perfino un «dissidente», membro di un’avanguardia illuminata, che indossa i panni di quello che non si fa prendere in giro, con il sentimento di superiorità proprio dell’iniziato, sempre un passo avanti agli altri e che sa leggere il dietro le quinte di ogni cosa”.
Si vede come l’autore dia al personaggio sincretico e semplificato del “complottista”, dotato di una realtà unica e omogenea facilmente identificabile, malcelate intenzioni e motivazioni psicologiche che consisterebbero in un “senso di superiorità” che il nostro abile cacciatore di complotti avrebbe così ben decriptato.
L’autore si contraddice da solo affermando più avanti che “la coerenza interna alla teoria del complotto è secondaria, viene sempre prima l’idea che «ci raccontino menzogne» e che «la verità stia altrove»”. Se dunque non c’è una “coerenza interna” ma una successione di possibili spiegazioni, talvolta contraddittorie, tutto ciò esclude proprio i pretesi moventi egocentrici proposti da Rudy Reichstadt e ci porta alla posizione del “cercatore di verità”, vicino al procedimento scientifico che procede per ipotesi e consiste esattamente nel rimettere in discussione modelli esplicativi e testarne di nuovi se i primi si rivelano, in fin dei conti, infondati o inefficaci.

Dopo la psicologia spiccia, imbellettata di scientificità, viene quindi la tesi politica, che costituisce il vero scopo di tutto lo studio. Secondo Reichstadt “risolvendo tutti i problemi nel calderone del complottismo, questa tattica eminentemente politica puzza di regimi autoritari e di leader populisti, dal momento che trasforma ogni oppositore in un «agente straniero» e ogni detrattore in un cospiratore”.
Il “complottismo” non apparterrebbe solo ad egocentrici animati da volontà di potenza, ma sarebbe in primo luogo manovrato da “regimi autoritari”. Troviamo qui la consueta accusa mossa da una pletora di media contro tutti coloro che sono refrattari alla narrativa occidentale in merito al conflitto ucraino, assimilati a “utili idioti” di Vladimir Putin, specialmente in questo memorabile editoriale di Jean-Marc Bougureau ne Le Nouvel Observateur.
Questa visione paranoica di una manipolazione dei “complottisti” da parte di altri “cospiratori”, se può apparire affascinante ad alcuni spiriti usi a ridurre la complessità del reale attribuendole cause intenzionali semplificatorie, costituisce a sua volta una teoria del complotto, fatto che la rende – in questo caso – non solo del tutto inefficace, ma anche ridicola, tale da far sorgere profondi dubbi sulle qualità intellettuali di chi la promuove.

La riduzione dell’informazione alternativa ad una “galassia complottista” omogenea rappresenta l’altro procedimento manipolatorio usato da Rudy Reichstag, destinato a realizzare un amalgama disqualificante. L’imposizione dei termini “complottista” e “galassia complottista” per definire una realtà sfaccettata e dai diversi orientamenti politici, che vanno dall’estrema sinistra all’estrema destra, passando dai gruppi anarchici o monarchici, serve a semplificare un soggetto per poi attribuirgli i panni squalificanti o criminali di una delle sue componenti. Non è senza sorprese che lo studio di Rudy Reichstadt giunge infine al suo obiettivo, vale a dire il “crimine dell’antisionismo”, che collega tutta la “galassia complottista” e che – ovviamente – fa riferimento in maniera sottintesa all’antisemitismo, come ha suggerito il Primo Ministro Manuel Vallsé nel corso di un question time al governo dichiarando che dietro “l’antisionismo di facciata” si cela “l’odio per gli ebrei”.
L’ultimo atto dell’argomentazione di Rudy Reichstadt, che procede per assimilazioni e semplificazioni, consiste nel fare un “revisionismo in tempo reale” della “galassia complottista”, conclusione che comprende il vero scopo di tutto il rapporto, vale a dire attribuire alla “galassia complottista” una qualifica criminale, assimilata ad una forma di revisionismo e facendo appello ad un’azione penale. La conclusione dello studio è sotto questo aspetto senza equivoci, se non fosse che anch’essa propone una visione del tutto “complottista”, a tratti paranoide, della “galassia complottista”, fatto che squalifica tutto lo studio nonostante la patina di scientificità.
“E’ alla costruzione di questa narrativa, di questa realtà “altra”, che lavorano incessabilmente i teorici del complotto e i loro “compagni del dubbio”, stimolati dalle inedite possibilità offerte dalle tecnologie digitali applicate all’informazione e alla comunicazione. Coltivando un’ossessione antisionista, che ha molti aspetti affini all’antisemitismo, e sostituendo le reali minacce con le quali ci dobbiamo confrontare in maniera concreta con quelle, chimeriche, del “grande complotto”, questi mercenari della disinformazione non fanno altro che distrarre la nostra attenzione e assopire la nostra vigilanza. In questo modo esonerano veri criminali dalla responsabilità delle loro azioni”.
La “galassia complottista” viene perciò considerata come una zona popolata da “teorici del complotto” che lavorano alla costruzione di una realtà parallela al servizio di interessi stranieri, in compagnia dei loro “compagni di dubbio”, con un riferimento allo stalinismo, definiti come “mercenari”, ovvero professionisti remunerati per conto di una potenza straniera… Non saprei come altro consigliare a Rudy di smetterla di diffondere simili teorie complottiste a proposito della “galassia complottista”: da qui all’antisemitismo, lo dovrebbe sapere, non c’è che un passo.
Guillaume Borel
14.03.2015
Treaduzione per www.comedonchsciotte.org a  cura di MARTINO LAURENTI

fonte: alfredodecclesia.blogspot.it

sabato 4 aprile 2015

Taylorismo digitale, finta creatività e schiavitù informatica

Com’è noto, l’organizzazione scientifica del lavoro teorizzata da Taylor consisteva in una serie di pratiche di quantificazione/misurazione di ogni gesto lavorativo – pratiche che servivano a definire (e successivamente imporre) il “modo migliore” (cioè più veloce, efficiente e produttivo di valore per l’impresa) di effettuare una determinata mansione. Negli ultimi anni è prevalsa la convinzione che lo spirito del taylorismo sia tramontato assieme alla fabbrica fordista, sostituito da un modo di produrre che – grazie alle tecnologie di rete – si fonda sulla creatività e sull’autonoma capacità di cooperare dei lavoratori autonomi. Questa visione ottimista è andata in crisi a mano a mano che ci si è resi conto del fatto che le tecnologie digitali – in particolare gli algoritmi del software – incorporano una serie di regole, procedure e schemi cognitivi che sono in grado di controllare/disciplinare i comportamenti del lavoro “creativo” (più o meno “autonomo”) in misura non inferiore a quella in cui la catena di montaggio subordinava il lavoro dell’operaio fordista.
Si è così iniziato a parlare di “taylorismo digitale”, ma questa metafora, al pari di quella – cara ai teorici post-operaisti – che parla di “vita messa al lavoro”, appare insufficiente a descrivere il salto qualitativo che il capitalismo si appresta a compiere a Kevin Kelly, guru della net economymano a mano che il mezzo di lavoro computer viene sostituito dagli smartphone e altre tecnologie “indossabili” (ma soprattutto dalle “app” che animano questi dispositivi). Per rendersene conto basta seguire il dibattito americano sul concetto di “Quantified Self” (letteralmente: sé quantificato, o misurato). Il termine è stato coniato da Gary Wolf e Kevin Kelly, noto apologeta della “rivoluzione” digitale fin dalla metà dei ’90. Riferendosi alla capacità dei dispositivi in questione di raccogliere dati su salute, performance fisiche e mentali e gestualità (oltre che sull’ambiente ad essi circostante) di coloro che li indossano, i due parlano della chance di attivare una sorta di autoanalisi della vita quotidiana per “migliorarsi” e aiutare gli altri (visto che i dati possono, anzi devono, essere condivisi) a fare lo stesso.
Mikey Siegel, un ex ingegnere della Nasa laureatosi al Mit, è il guru di una versione New Age di questo “movimento”. Tenere traccia dei propri passi, consumo di calorie, sonno, numero di volte in cui si controllano le mail, sostiene Siegel, è un potente strumento per ottenere un allargamento della coscienza, un’attenzione focalizzata sul proprio sé complementare a quella che si può raggiungere attraverso la meditazione. Così, conclude, anche noi occidentali capiremo che le cause delle nostre sofferenze, paure, angosce, stanno nella psiche e non nel mondo che ci circonda (cioè in bazzecole come miseria, disuguaglianze, sfruttamento, violenza, oppressione dell’uomo sull’uomo). Se poi nemmeno così riusciremo a superare il disagio provocato Smartphonedall’eccesso di alternative che una realtà iperconsumistica ci offre, rendendoci incapaci di scegliere, ecco venirci in soccorso un’altra generazione di nuove “app”, capaci di trovare sempre la soluzione migliore per noi.
Per farla breve: qui siamo ben oltre il taylorismo digitale, andiamo verso uno scenario in cui si tenterà di garantire pace sociale, massimizzazione produttiva, autocontrollo e autodisciplina attraverso la disponibilità dei singoli soggetti di “godere” della consulenza operativa, psicologica e morale dei propri gadget e degli “spiritelli” che li abitano. Uno scenario in cui il capitale non si limiterebbe ad appropriarsi a posteriori della libera e spontanea creatività del lavoro cognitivo, ma ne spegnerebbe a priori ogni reale margine di autonomia (Marx avrebbe parlato di transizione dallaFormentisubordinazione formale alla subordinazione sostanziale del lavoro al capitale).
Ma gli algoritmi non servono solo a disciplinare/controllare la vita messa al lavoro: sono al centro delle strategie di repressione delle “classi pericolose” escluse o confinate ai margini del processo produttivo. Come racconta Massimo Gaggi in un articolo (“L’algoritmo che anticipa in crimini?”) apparso sul “Corriere della Sera” dell’8 marzo, le polizie di 58 città americane pattugliano ormai solo le sezioni di territorio che il software della società Predictive Policing (un marchio sinistramente evocativo del racconto “Minority Report” di Philip Dick, che descrive un regime totalitario in cui i criminali vengono arrestati “prima” che possano delinquere) seleziona come quelle statisticamente più esposte a ospitare reati. E indovinate chi merita di finire sotto lo sguardo di questo Panopticon digitale? Neri e Latinos.
(Carlo Formenti, “Le insidie del taylorismo digitale”, da “Micromega” del 9 marzo 2015).

fonte: www.libreidee.org

venerdì 3 aprile 2015

la prima volta di Irina



- Piercing al clitoride... e’ un problema?
Irina le poso’ le mani all’interno delle cosce e le apri’ un po’ di piu’.
- Assolutamente no. Tutto meno che un problema. Sara’ anche piu’ eccitante.
Avvicino’ dolcemente due dita e la apri’. Il sesso di Vlada era color rosa chiaro, come quello di quasi tutte le bionde naturali, ed aveva le piccole labbra sporgenti. Aperte avevano l’aspetto di un’orchidea.
- Non lo hai mai visto, vero?
Irina scosse la testa.
- Non ci crederai, ma e’ cosi’. Finora sono stata solo con uomini e nessuno di loro aveva il piercing sul glande.
Non riusciva a credere quanto fosse morbida e setosa… come i petali di un fiore, appunto.
Vlada si mise una mano tra le gambe e comincio’ a toccarsi.
- Non lo faccio con una donna da una settimana, ti avverto.
-Ohhhh -, disse Irina quasi canzonandola. - Un’intera settimana!
- Una settimana per me e’ come un mese per chiunque altra… ormai ho dovuto rassegnarmi a questa ninfomania saffica. Ho anche un giocattolo, lo vuoi provare? - E tiro’ fuori dal cassetto del como' un grosso fallo in lattice, di quelli doppi, in grado di soddisfare due donne contemporaneamente. Era veramente enorme e Irina capi’ perche’, ormai, Vlada con gli uomini non provasse piu’ alcun piacere. Impossibile trovare qualcuno che fosse stato cosi’ dotato.
- Mi sa che avremo bisogno di un po’ di lubrificante per farlo entrare -, aggiunse Vlada incurante dello stupore della sua compagna di letto.
- Lubrificante? Ma io sono gia’ bagnata.
Vlada si tiro’ su, le getto’ le braccia al collo e le premette i grandi seni nudi contro i suoi che, al confronto, sembravano quelli di una bimba. Premette la bocca sulla sua e le spinse la lingua dentro. Le morse la lingua piano e mormoro’ - Non basta… ce ne vuole ancora… di lubrificante.
Allora Irina capi’. Vlada torno a stendersi sul letto e spalanco’ le gambe pregustando il piacere che avrebbe ricevuto. Poi aggiunse:
- Adesso fai con me quello che gli uomini fanno con te. Anzi, fai quello che tu vorresti che gli uomini ti facessero.
“Giusto. Certo”, penso’ Irina. Riapri’ le labbra di Vlada con le dita, ma le scappo’ da ridere.
- Non ho la minima idea di quello che sto facendo.
- Devi solo baciarmi. Solo che devi baciarmi li’. Un semplice bacio.
- Un semplice bacio… -, ripete’ Irina, e poso’ la bocca su quel fiore rosato.
Aveva sognato di farlo fin dal primo momento che l’aveva incontrata, e adesso che sentiva il suo sapore acidulo sulla lingua, inspirava il suo odore cosi’ erotico, sentiva la sfera del suo piercing e il suo clitoride gonfiarsi tra le sue labbra, penso’: “Sono lesbica. Ormai non ho piu’ dubbi. Mi piacciono le donne!”. Se necessario ci sarebbe stata anche per un’ora fra le cosce di Vlada, a leccarla, e sarebbe stata la migliore ora della sua vita. “Non si torna indietro, adesso. Si va solo avanti”, penso’.
Vlada sollevo’ i fianchi e lei le spinse tutta la lingua nella vagina.

fonte: chiara-di-notte.blogspot.it

mercoledì 1 aprile 2015

progettando


2004–2014. Opere e progetti del Museo di Fotografia Contemporanea.

girando in bici, una visita in Triennale è sempre un buon corroborante, una sferzata di energie mentale.
scelgo, tra le altre, questa esposizione.
Il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (Milano) festeggia dieci anni trasferendo la sua attività espositiva estiva alla Triennale di Milano per far conoscere a un più ampio pubblico cento capolavori acquisiti nel decennio e quindici progetti. Inaugurato nel 2004, dopo una lunga gestazione, nella sede di Villa Ghirlanda, il Mufoco è l’unica istituzione museale italiana dedicata alla fotografia finanziata pubblicamente. Vanta una collezione di due milioni di immagini e una biblioteca specializzata con 20 mila volumi e riviste e opera più livelli: conservazione, catalogazione e valorizzazione del patrimonio fotografico e bibliotecario; realizzazione di mostre; pubblicazione di cataloghi e testi di studio; promozione della cultura visiva; ideazione di progetti di committenza ad artisti contemporanei e di progetti di arte pubblica con la partecipazione dei cittadini. L’esposizione “2004-2014. Opere e progetti del Museo di Fotografia Contemporanea”, allestita alla Triennale dal 3 luglio al 10 settembre offre una panoramica su questa attività culturale. Le due parti del percorso espositivo – opere e progetti – sono strettamente intrecciate; i temi comuni sono il paesaggio urbano e naturale, la figura umana, la società in trasformazione, la sperimentazione artistica. Oltre alle fotografie sono presenti numerosi video e filmati di documentazione; il catalogo è pubblicato da Silvana Editoriale a cura di Roberta Valtorta.







alcune foto belle, anche di nomi noti che non riporto -il nome no le foto si- perché ce n'erano di meno noti, o meglio ignoti, con altrettanto belle foto che non trovo. democraticamente non cito nessuno. 
ma soprattutto, in questa breve e inaspettata e oscura mostra (un'ambientazione molto buia), c'era un bellissimo video che mi ha ipnotizzata. un video in mezzo a molti altri, tutti sperimentali e originali, focalizzati sulle persone, sui giovani in particolare, sul paesaggio, urbano periferico e rurale, sulla convivenza civile, sulla conoscenza, faticosa, del sè. 
molti i progetti seguiti da Cristina Nunez, fotografa esperta di autoritratto che fa di questo talento una via introspettiva di consapevolezza personale. il video che mi ha catturata -di cui non ricordo il nome -forse Identità Future?- consisteva in sequenze fisse di alcuni minuti su volti di adolescenti. alcuni rimanevano immobili nella posizione iniziale, altri sceglievano prima il profilo per poi girarsi di faccia, alcuni singoli, altri in coppia. i volti di questi ragazzi, silenziosi, fissi rivelavano molto di loro: per alcuni era meno problematico, anzi quasi una sfida, mostrare i propri occhi aperti e diretti sulla videocamera, per altri impossibile. per alcuni la solitudine nella stanza risultava una scelta necessaria, per altri, al contrario, lo era la vicinanza con un coetaneo ma, al contempo, con il passare dei minuti, imbarazzante. per alcuni la posizione del corpo e del volto consisteva in sequenze e posture naturali e istintive, incuranti del giudizio altrui, per altri certamente studiate e ragionate, innaturali, chiaramente indotte dal bisogno di pensarsi "visti" dall'Altro. 
un lavoro di indagine apparentemente semplice ma fortemente espressivo. 
l'adolescenza è un rito di passaggio, si va verso la propria identità, a volte spavaldi, a volte inciampando. 
ero assolutamente all'oscuro dell'esistenza di questo luogo di raccolta, di ricerca, di indagine, di archivio fotografico, di cultura visiva, digitale e non, di cultura d'immagine, il MUFOCO a Cinisello Balsamo, a Villa Ghirlanda (http://www.mufoco.org/), a due passi da casa, luogo che scopro essere frequentato e abitato da molti artisti contemporanei, luogo da conoscere e riconoscere. 
ancora una volta mettere il naso in mostre e musei è un buon modo per entrare nel mondo e chiedere di parteciparvi.

fonte: nuovateoria.blogspot.it