domenica 24 dicembre 2017

Guinefort, il cane che divenne un santo


Guinefort, il levriero, apparteneva a un cavaliere che viveva in un castello vicino alla città di Lione. Un giorno il cavaliere andò a caccia, lasciando il figlio da poco nato alle cure del cane. Quando tornò trovò la casa sottosopra e il bambino non si trovava da nessuna parte. Guinefort corse incontro al proprio padrone con le fauci sanguinolente. Credendo che il cane avesse azzannato il figlio, il signore uccise Guinefort. All'improvviso un vagito, un pianto. Girò la brandina e trovò suo figlio disteso. Era sano e salvo. Sul fianco del bimbo una vipera morta. Il signore comprese immediatamente cosa fosse accaduto: il cane aveva ucciso l'essere strisciante e salvato il neonato. Il cavaliere, accortosi dell'errore, decise di costruire un piccolo santuario per il cane. Insieme alla famiglia seppellì Guinefort in un pozzo coprendolo con delle pietre. Intorno a quell'improvvisato luogo di sepoltura furono piantati molti alberi. Guinefort, il cane, fu riconosciuto come santo dalla gente del luogo, in particolar modo a lui fu richiesta la protezione dei fanciulli. Secondo i commentatori contemporanei ai fatti narrati, i locali lasciarono i loro bambini nel sito della sepoltura per ottenere la guarigione dal cane che stava divenendo un santo. Secondo Stefano di Borbone, morto nel 1262, i contadini, sentendo parlare delle nobili azioni del cane e dalla sua innocente morte, cominciarono a visitare il luogo ove era sepolto. 


La superstizione portò ad onorare l’animale come un martire in cerca di aiuto per le loro malattie e altri bisogni. In base a quanto scritto da Stefano di Borbone, il popolo fu sedotto e spesso ingannato dal diavolo, così da condurre altri uomini all'errore. In particolar modo colpite furono le donne con bimbi malati che si recavano, anche da distanze considerevoli, a rendere omaggio al cane, non prima di essersi fermate da una vecchia signora che insegnava loro un rituale per fare offerte e invocazioni ai demoni. Quando le donne giungevano al luogo della sepoltura, offrivano sale e certe altre cose, appendendo i vestiti dei propri piccoli sui cespugli di rovi, fissandoli alle spine. Spogliato il bambino, lo facevano passare attraverso l'apertura tra i tronchi di due alberi: la madre stava in piedi da una parte e passava il bambino nove volte alla vecchia signora dall'altra parte. Durante il rito invocavano i demoni, nel caso specifico i fauni del bosco. Cosa chiedevano le madri? Dicevano ai fauni di prendersi il corpo del piccolo malato, nella convinzione che appartenesse a loro, e di restituirgli il bambino grande, paffuto, vivo e sano. Una volta effettuata la richiesta, le madri prendevano il piccolo e lo deponevano ai piedi dell'albero; accendevano delle candele poste alle estremità della piccola culla nella quale giaceva il bimbo e si allontanavano per non udire le urla di dolore che il bambino emetteva quando era rapito dal fuoco. In questo modo le candele accese bruciarono e uccisero un certo numero di bambini. Quanto ci sia di vero nelle parole di Stefano di Borbone risulta complesso da comprendere, sappiamo che con il tempo, e grazie ad un incessante passaparola che durò secoli, la figura di Guinefort, il cane, fu assimilata a quella di un santo umano in carne ed ossa. Il culto del cane divenuto santo per volontà del popolo cristiano, fu proibito ed osteggiato più volte dalla Chiesa cattolica; malgrado questo resistette sino al secolo scorso, il ventesimo. 


Solo negli anni trenta del novecento il culto fu definitivamente abolito dalla Chiesa. Casi analoghi li possiamo trovare nel folclore e nelle leggende di svariate parti del mondo. Dalla Francia ci spostiamo in Gran Bretagna. La storia racconta che nel XIII secolo, contemporaneo a Guinefort, il principe Llywelyn il Grande aveva un palazzo in una città del Caernarvonshire, e poiché lo stesso era un grande appassionato di caccia, aveva molti cani che lo aiutavano e che convocava soffiando nel corno. Un giorno apparvero tutti tranne il preferito, di nome Gelert. Il principe, dispiaciuto per l'assenza, non attese oltre e iniziò la battuta di caccia. Quando tornò fu accolto da Gelert con le mascelle che grondavano sangue. Il signore inorridito pensò che il cane avesse azzannato il figlio di un anno. Corse in casa e trovò la culla rovesciata e le pareti sporche di sangue. Llywelyn si convinse che il cane Gelert avesse ucciso il proprio figlio. Pazzo di dolore prese la spada e la immerse nel cuore del segugio. Mentre il cane ululava nella sua agonia, Llywelyn udì il grido del figlio che proveniva da sotto la culla rovesciata. Era illeso. 


Accanto al bimbo un enorme lupo, ucciso dal coraggioso Gelert. Il signore, preso dal rimorso per l'azione compiuta, decise di seppellire il cane con una solenne cerimonia. La città nella quale accaddero i fatti cambiò nome in Beddgelert, che in gallese assume il significato di tomba di Gelert. Queste leggende non sono altro che una variazione del racconto popolare indiano Il bramino e la Mangusta, dove la mangusta prende il posto del cane. Si trova anche in altre versioni, e l'animale sacrificato assume la forma di una donnola, un gatto, un orso o un leone. L'essenza della storia rimane la stessa. 


Interessante il film francese del 1987, Le Moine et la sorciére che descrive la controversia su Saint Guinefort vista attraverso gli occhi di Stefano di Borbone, inquisitore domenicano e autore delle memorie con cui conosciamo la storia del santo che divenne cane. In conclusione voglio ricordare che a Nosate, provincia di Milano, esiste una chiesa dedicata a San Guniforte. Presumo che la dedicazione non sia al santo-cane ma a San Guniforto, la cui passio fu pubblicata per la prima volta dal Mombrizio. Una copia si trova nella biblioteca del capitolo di Novara. Il suo valore storico è nullo, come la santità del cane.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia
Stuart Blackburn (1996), "The Brahmin and the Mongoose: The Narrative Context of a Well-Travelled Tale", Bulletin of the School of Oriental and African Studies, University of London

William Alexander Clouston; Christine Goldberg, eds. (1968), Popular tales and fictions: their migrations and transformations, Volume 1

Halsall, Paul (September 8, 2000). "Stephen de Bourbon (d. 1262): De Supersticione: On St. Guinefort Etienne de Bourbon". Medieval Sourcebook. Fordham University

Tuder de Courtecadeno, Mevanwy verch, a/k/a Mark S. Harris (May 2005). "Guinefort: The Sainted Dog of France". The Barge. Stefan's Florilegium

Jean-Claude Schmitt, Il santo levriero: Guinefort guaritore di bambini, Torino, Einaudi, 1982

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

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