martedì 18 luglio 2017

io non ho ucciso Umberto, ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio


Roma 1947. Aula dell’assemblea costituente. Sandro Pertini, che molti anni dopo diverrà Presidente della Repubblica, sostiene che Gaetano Bresci sia stato ucciso da alcune guardie carcerarie durante la sua detenzione a Santo Stefano. [1]
Partendo da quest’annotazione nelle nostre menti sorgono spontanee diverse domande: la prima riguarda il personaggio in questione ovvero chi è Gaetano Bresci? La seconda attiene a Sandro Pertini ed al fatto di come sia entrato in possesso di certe informazioni. L’ultima non è scontata: perché nel 1947, subito dopo la fine della guerra, quando l’Italia aveva problemi seri Sandro Pertini si occupa della questione Bresci? La risposta più semplice attiene al modo con cui Pertini è entrato in possesso delle informazioni sulla morte dell’anarchico: durante il ventennio fascista Sandro Pertini fu rinchiuso nello stesso carcere dove Bresci trovò la morte, ancora oggi al centro di sospetti ed insabbiamenti. L’importanza del personaggio è legata agli eventi della sera del 29 luglio 1900, data i cui Gaetano Bresci esplode diversi colpi di pistola all’indirizzo del Re d’Italia. 
Un uomo ha sparato a Umberto I. Un anarchico ha ucciso il Re.
Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il re. Ho ucciso un principio”. [2] 
Queste le parole di Bresci al maresciallo dei carabinieri, Andrea Braggio, che lo arrestava subito dopo l’attentato al Re, avvenuto dopo le ore 22 del 29 luglio 1900 a Monza. Bresci aveva da poco esploso un numero di colpi ancora ignoto: tre, stando alla sua versione, quattro, stando ai documenti ufficiali, raggiungendo il sovrano alla spalla, al polmone e al cuore.



Umberto I spirò poco dopo l’attentato. L’omicidio avvenne sotto gli occhi della popolazione festante che accompagnava l’incedere del corteo reale.  Diverse altre affermazioni sono attribuite al Bresci negli istanti immediatamente seguenti l’arresto, che riporto integralmente: “Ho attentato al capo dello Stato perché è il responsabile di tutte le vittime pallide e sanguinanti del sistema che lui rappresenta e difende. Concepii tale disegnamento dopo le sanguinose repressioni avvenute in Sicilia in seguito agli stati d’assedio, emanati con decreto reale, e dopo avvenute le altre repressioni del 1898 ancora più numerose e barbare”. [3] 
Ritengo opportuno risalire la linea del tempo per comprendere i fatti cui il Bresci si riferisce.  Durante la permanenza negli Stati Uniti, l’anarchico è informato della feroce repressione dei fasci siciliani da parte di Crispi, nel 1894, e dei moti popolari, del 1898, durante il governo Antonio di Rudinì. A Milano, in seguito all'aumento del prezzo della farina e del pane, il popolo insorge ed assalta i forni. In tutta la Lombardia la situazione economica era talmente grave da convincere oltre 500.000 persone ad emigrare nei primi 50 anni dall’Unità d’Italia. I fatti di Milano, passati alla storia come la rivolta dello stomaco, durarono dal 6 al 9 maggio. La rivolta del popolo fu repressa nel sangue dall'esercito comandato dal generale Bava-Beccaris.  [4]




Secondo la versione ufficiale si contarono 80 vittime, testimoni oculari parlarono di oltre 300 morti, tra questi anche dei mendicanti che si trovavano in fila per ricevere la minestra dai frati di via Manforte. Su queste persone spararono con il cannone.
In seguito a queste eroiche gesta Bava-Beccaris fu insignito con la croce di grande ufficiale dell’ordine militare dei Savoia. Un mese dopo i fatti di Milano, Umberto I nominò senatore il coraggioso generale.
Negli ambienti anarchici – rivoluzionari, frequentati da Gaetano Bresci, l’uccisione del Re era da considerarsi il primo passo verso la rivoluzione repubblicana.
Dopo l’attentato al Re solo un gruppo d’anarchici di Roma prese le distanze dal regicida. 
La morte del sovrano scatenò forti entusiasmi tra i giovani anarchici che sognavano il rinverdire dei moti risorgimentali.
In netto contrasto la posizione dell’opinione pubblica e dei poteri costituiti: queste vibranti reazioni portarono il fratello di Bresci, ufficiale dell’esercito, a modificare il cognome con quello della madre. Un secondo fratello, calzolaio, fu arrestato e perseguitato a tal punto che 3 anni dopo decise di togliersi la vita.
Gaetano Bresci chiese patrocinio legale a Filippo Turati, che rifiutò per paura della reazione dell’opinione pubblica. La difesa fu affidata al presidente dell’ordine degli avvocati di Milano, Mario Martelli. [5]
Nel corso del processo Bresci ritornò sui motivi del gesto compiuto: Il proposito di uccidere Umberto I gli era tornato in mente dopo che aveva visto premiato l’autore della strage del maggio milanese che, a suo dire, andava impiccato.


Il processo si concluse rapidamente con la sentenza all'ergastolo per l’anarchico.[6]
Il 22 maggio 1901 Bresci è trovato impiccato nella sua cella nel carcere di Santo Stefano. 
Tutta la documentazione relativa alla detenzione è scomparsa.
Gli atti del processo?
Introvabili.
Il secondino che aveva il compito di custodire il detenuto, si saprà in seguito, si assentò per qualche minuto. Al suo ritorno scoprì il corpo di Bresci, ormai cadavere, penzolare dall'inferriata alla quale l’anarchico si era appeso per il collo.
Torniamo ora al 1947 ed a Sandro Pertini,detenuto anni dopo nello stesso carcere.
La sua ferma convinzione di un omicidio di Stato a sanare un omicidio contro lo Stato si potrebbe spiegare grazie alle informazioni che ha raccolto negli anni della prigionia a Santo Stefano. 
Alcune voci parlarono del metodo “fare il Sant'Antonio o santantonio”, che consisteva nel coprire il detenuto con un telo e massacrarlo di botte: quella che doveva essere una lezione si è trasformata in un omicidio?
La seconda ipotesi è da ricercarsi nella convinzione che i poteri dello Stato possano aver trovato interesse nell'uccidere l’anarchico.
Non sapremo mai la verità a causa della completa mancanza di documenti inerenti agli ultimi anni di vita di Gaetano Bresci.
Il luogo di sepoltura risulta sconosciuto.
Vi sono due ipotesi: la prima che il cadavere dell’anarchico abbia trovato pace in un terreno scavato nei pressi del carcere, la seconda riguarda la possibilità che il corpo sia stato gettato in mare dagli scogli.
Tutti i documenti andarono perduti, anche il dossier che Giolitti scrisse su Gaetano Bresci.[7]
Di lui cosa rimane?
La sua macchina fotografica e la rivoltella con cui uccise il Re, entrambe custodite al museo criminologico di Roma.


Fabio Casalini 

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/Didascalie
1- Attentato al Re d'Italia
2- Gaetano Bresci
3- Il generale Bava-Beccaris
4- Umberto I



[1] Il carcere di Santo Stefano si trova a Ventotene nelle Isole Ponziane. Gaetano Bresci fu rinchiuso a San Vittore prima di essere condotto nel carcere di Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba. Per poterlo controllare adeguatamente infine fu trasferito nello speciale carcere di Ventotene.
[2] Ortalli Massimo. Gaetano Bresci, tessitore, anarchico e uccisore di Re.
[3] Ortalli Massimo. Gaetano Bresci, tessitore, anarchico e uccisore di Re.
[4] Archivio del Corriere della Sera. Milano 1898, cannonate sulla folla.
[5] Filippo Turati rifiutò asserendo che “erano dieci anni che non svolgeva la professione”. Queste le parole di Turati a Gaetano Bresci durante un incontro in carcere.
[6] La pena di morte all’epoca del regicidio di Monza era stata abolita dal Codice Zanardelli, del 1889, tranne per alcuni reati militari.
[7] Gaddini Andrea. Gaetano Bresci. 

Nessun commento:

Posta un commento