sabato 13 giugno 2015

"non osiamo più escludere la possibilità, che avvenga l'inimmaginabile"


di Patrizia Cordone

In generale del fascismo e del nazismo ci si occupa tendenzialmente in occasioni di commemorazioni e di anniversari, che però dovrebbero rappresentare non la tappa unica né finale, bensì la premessa utile di un’acquisizione auspicabilmente approfondita degli eventi storici connessi. Invece, purtroppo, sovente, parrebbe esaurirsi il senso del dovere civico, laddove occorrerebbe trarre motivi di lezione dalla storia.

A questa deriva talvolta concorre anche il malinteso approccio metodologico, secondo cui determinati eventi e le loro cause sarebbero, oltre che confinati, cessati definitivamente in spazio e tempi circoscritti, a cui ne conseguirebbe l’autoassoluzione morale data la presunta ineluttabilità, quindi ci si rende dimentichi dei fattori scatenanti gli orrori storici. Come se non bastasse, le analisi sociologiche derivanti sono relegate, addirittura a torto ritenute pertinenti esclusivamente dell’ambiente accademico, senza che possano diventare patrimonio comune.

Realisticamente necessiterebbe una migliore capacità di porsi interrogativi, i quali condurrebbero le ricerche verso una più seria conoscenza sia del fascismo che del nazismo e delle innumerevoli modalità di interdizione dei diritti civili e dei conseguenti crimini perseverati.

“Per non dimenticare” significa dovere di informazione, il quale a sua volta consente la conoscenza per approdare alla consapevolezza e potere definirsi cittadini dotati di memoria storica e vissuta: ora e per sempre!

Tra le analisi più interessanti focalizzanti l’argomento nevralgico della causa delle dittature si annoverano Modernità ed olocausto, di Zygmunt Bauman, Il Mulino, Bologna, 1992 ed Obbedienza all’autorità, di Stanley Milgram, Einaudi, Torino, 2003, di entrambi gli studiosi si riporta l’elencazione delle opere al termine dell’articolo.

Al termine della seconda guerra mondiale venne editato il libro La personalità autoritaria, di T. Adorno, tradotto successivamente e pubblicato da Ed. Comunità, Milano, 1973. Citato da Bauman il pregio del suo lavoro, esitato assieme al gruppo di ricerca da lui guidato, è costituito dalla spiegazione indagata ed evinta dell’esistenza di personalità succubi dell’obbedienza alla gerarchia superiore, senza le quali nessun regime totalizzante troverebbero basi sufficienti né solide al suo insediamento virulento ed alla sua stabilizzazione.

Nel 1973 in Interpersonal dynamics in a simulated prison, in International journal of criminolgy, Philip Zimbardo relazionava riguardo ricerche centrate attorno al ruolo dell’autorità e della sua capacità coercitiva contro i suoi sottoposti con risultati impressionanti relativi alla schiavizzazione latente di soggetti altrimenti affatto propensi alla sottomissione incondizionata.
  
Non a caso entrambi i riferimenti sono menzionati da Bauman, dedicando un intero capitolo, il sesto, nel suo libro. Esordisce riportando una dichiarazione del presidente degli Usa, Dwight Macdonald, con cui nel 1945 allertava circa la pericolosità delle persone obbedienti alla legge, più che dei suoi trasgressori.

L’autore evidenzia il paradosso, secondo cui la tragedia del secolo scorso non scaturiva dall’ordine costituito violato, semmai dalla riverenza ad esso oltre ogni ragionevole premessa di morale rispettata, la quale lungi dall’essere un fenomeno provocato da una massa incontrollabile era determinata, attuata da soggetti in divisa, disciplinati ed obbedienti agli ordini superiori: una volta dismesse le uniformi si comportavano normalmente. Proprio questa incongruenza è scandagliata, cioè quanto “si era appreso sui suoi esecutori, non era costituito dalla possibilità, che qualcosa di simile potesse essere fatto a noi, ma dall’idea che fossimo noi a poterlo fare”.

Da qui Bauman diparte la disamina dello studio empirico condotto dallo psicologo statunitense Stanley Milgram. Nato negli anni trenta a New York, conseguì la laurea di psicologia sociale all’università di Harvard, dove svolse attività di ricercatore, mentre esercitò la docenza presso l’università di Yale ed alla City university di New York. Il suo ambito di interesse pertenne l’analisi del conformismo ed il condizionamento dei media televisivi sul comportamento sociale, seppure la sua notorietà oltreoceano è attribuibile all’attività pioneristica di documentari, comeObedience, relativi agli esperimenti da lui condotti all’università di Yale dal 1960 al 1963.

Riguardo le premesse preparatorie Milgram asseriva, che “Il problema dell’obbedienza, in quanto fattore decisivo nella genesi del comportamento, è emerso in modo drammatico in epoca recente (…) l’obbedienza è il meccanismo psicologico, che lega azione individuale ai fini politici (…) che unisce uomini e sistemi di autorità. (…) Le nostre ricerche si interessano soltanto all’obbedienza accettata volontariamente in assenza di ogni tipo di minaccia, all’obbedienza, che si fonda sulla semplice affermazione del diritto dell’autorità di impartire ordini ad un individuo. In questa ricerca la forza dell’autorità è derivata dai poteri, che in qualche modo il soggetto le attribuisce e non dall’impiego di pressioni fisiche amorali”.

Tramite un’inserzione pubblicata da un giornale locale i partecipanti volontari  furono reclutati per l’avvio dell’esperimento camuffato dall’acquisizione delle modalità mnemoniche, mentre, in realtà, Milgram, era interessato all’individuazione dei confini dell’obbedienza assoluta scaturente il dissenso dettato da scelte morali, tra cui quella fondamentale era l’interrelazione all’autorità, cioè l’atto di ribellione a quest’ultima: si incaricavano due persone, l’una assumente  il ruolo dell’insegnante e l’altro quello dell’allievo, al cui polso era applicato un elettrodo, terminale di scariche elettriche azionate dall’insegnante ad ogni risposta errata. L’allievo ed il generatore era finti, l’insegnante vero ed è proprio sulla reazione di quest’ultimo era focalizzato l’esperimento, cioè dalla capacità di libero arbitrio accorto alle urla di protesta dell’allievo causate dal dolore inflitto alla vittima contrapposta dal suo ossequio incondizionato all’ordine impartito dall’autorità.

La vittima è tale, in quanto non rientrante, né riconosciuta parte sociale congegnale al mondo distorto del dittatore, sia esso Hitler oppure Stalin. Ne consegue il suo isolamento coatto, la sua rimozione sociale e soltanto successivamente l’annientamento totale. Lo studioso focalizzava i mutamenti psicologici tipici della sudditanza inconscia e paralizzante, inibente il consueto codice morale usato quotidianamente, di cui sbarazzarsene per sostituirlo con il comportamento condiviso dall’autorità e dal gruppo, secondo un intento di emulazione ed imitazione compiacente, peculiare degli ambienti caratterizzati dalla socializzazione totalizzante. Di fatto palese appare la deresponsabilizzazione individuale avvantaggiando l’uniformità pervasiva del gruppo di appartenenza. 

La violenza deve essere autorizzata con ordini ufficiali da autorità riconosciuta univocamente e costituire attività di routine; la vittima viene sottoposta alla disumanizzazione, secondo un’ottica efficientista, perché che ciò che conta, è il successo dell’azione deprivante; lo stesso valga per la moralità parametrata circoscritta dall’adempimento esecutivo dell’ordine impartito. A tal fine la socializzazione imposta al gruppo persegue la manipolazione e lo stritolamento dell’etica altrui, da soggiogare e da annullare.

A conclusione dell’esperimento i dissensi si attestarono appena al 30% dei casi esaminati. Come Bauman annota “Milgram dimostrò, che la disumanità è una questione riguardante i rapporti sociali. Se questi ultimi vengono razionalizzati e tecnicamente perfezionati, altrettanto avviene per la capacità e l’efficienza della produzione sociale della disumanità”.Si rilevi un particolare dettaglio. Per una maggiore efficacia dell’esperimento la vittima veniva posta in un’altra stanza, ciò a significare, non metaforicamente, l’isolamento e l’esclusione dal contesto del gruppo decisionale quale evidenza materiale dell’emarginazione coatta del singolo. 

La condivisione altruistica esprime uno stato di vicinanza, se la responsabilità individuale è agita; ma non nel caso dove la prossimità è erosa gradualmente fino all’approdo dell’espulsione. La motivazione di fondo era dettata dall’intento autocensorio di qualunque manifestazione solidale costretta dalla vicinanza prossima e di contro, quindi, esentandosi da ogni dovere sociale di soccorso altruistico. Tutto ciò aderisce ai canoni dell’economia organizzativa del crimine pianificato ed è propedeutica alla sospensione dei freni morali, di fatto la vittima è disumanizzata, cancellata  dall’orizzonte e depotenziata quanto a rivendicazioni morali: la visione della vittima è remota, quindi non percepibile, né esistente.

Proprio lo spostamento della prospettiva della vittima allontanata, a cui, invece, corrispondeva da contraltare l’attiguità dell’autorità, rendeva efficace l’obbedienza, offuscando ogni parvenza caritatevole verso il sofferente e quindi sciogliendo ogni vincolo di contratto sociale, in questo modo l’obiettivo era raggiunto: dovere e disciplina non incappavano né in ostacoli, né dovevano affrontare alcun antagonista. Bauman riferisce, che “l’effetto della distanza fisica e puramente psicologica, pertanto, viene ulteriormente accentuato dalla natura collettiva dell’azione lesiva”. Il gruppo organizzato agisce da valvola di scarico da e contro la propria individualità ed anche da e contro la propria responsabilità, “la disponibilità ad agire contro il proprio giudizio e contro la voce della propria coscienza non è semplicemente una funzione degli ordini emanati dall’autorità, ma il risultato del rapporto con una fonte di autorità risoluta, univoca e monopolistica”.

Da questa asserzione si traggono due conclusioni: la prima, secondo cui la funzione  di antidoto preventivo all’autoritarismo viene svolta dal pluralismo a tutela dell’integrità individuale; la seconda, secondo la quale l’efferatezza si connette strettamente al contesto sociale più di quanto sia a livello individuale. Secondo Bauman “la voce della coscienza morale individuale si ode meglio nel rumore della discordanza politica e sociale”.
  
La premessa al totalitarismo è costituita dall’attribuzione totale di potere ad alcune persone contro altre, a condizione che queste ultime siano manipolabili fino alla deresponsabilizzazione morale pur di aggregarsi ad un gruppo precostituito. Se al contrario la propria soggettività è abbastanza forte da opporre resistenza a tali siffatte malate socializzazioni, tanto orrore non invade in modo così onnipresente, né onnipotente. La parola magica è: scelta... Soltanto il soggetto, che si autodefinisce, si ritiene tale e non si consegna quale oggetto-strumento altrui, può esercitare il pieno controllo su di sé e la propria autonomia. Attraverso il disaccordo, che diventa dissenso ed a sua volta disobbedienza, quale segno palese di rottura all’infingarda autorità precostituita.

I criminali fascisti e nazisti sfuggiti dalla gogna del giudizio morale hanno vissuto esistenze da intoccabili nei loro nascondigli troppo protetti, pochissimi di loro sono stati assicurati alla giustizia: quante efferatezze rimaste impunite. E comunque, forse, la loro punizione non avrebbe consentito la chiusura dei conti, né di relegare nel dimenticatoio gli eventi, di cui furono malefici portatori. Allora, bisogna trarre la lezione.
  
Oggi, che i testimoni delle vicende passate sono invecchiati, molti di loro ci hanno abbandonato, a noi viventi resta il compito della testimonianza del loro passaggio su questa terra e di trarne debita lezione da coltivare e memoria da tramandare. Perché nulla resti invano.

Nel lontano 1919 Harold J. Laskin scriveva: “In ogni stato, uno scetticismo diffuso e coerente sulle norme imposte dal potere è la condizione della libertà.”


[Il titolo riporta una frase di Raul Hilberg,
in The significance of the holocaust, a cura di H. Friedlander e S. Milton]

Riferimenti:

Opere di Zygmunt Bauman:
Modernità ed Olocausto, Il Mulino, Bologna, 1992;
La decadenza degli intellettuali: da legislatori ad interpreti, Bollati Boringhieri, 1992;
Inverno nel mattino, Il Mulino, Bologna, 1994;
Il teatro dell’immortalità, Il Mulino, Bologna, 1995;
La sfida dell’etica, Feltrinelli, 1996;
La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna, 1999.

Opere di Stanley Milgram:
Dynamics of obedience. Experiments, in  “Social Psychology-Mineographed Report”, National   Science        Foundation, 1961;
Behavioral Study of Obedience in “Journal of abnormal psychology”, LXVII, 1963;
Group pressure and action against a person, in  “Journal of abnormal social psychology”, LXIX, 1964;
Issue in the study of obedience. A reply to Baumrind, in “American Psychology”, LXIX, 1964;
Liberating effects of group pressure, in “Journal of personality and social psychology”, 1965; 
Obedience (a filmed experiment), distribuito dalla N.Y. University film Library, 1965;

fonte: freeondarevolution.blogspot.it

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