lunedì 24 giugno 2013

la mia bisessualità? Importa la persona non il genere



di Silvia Favasoli
«Cerco un’identità che fatico a trovare». A parlare è Mara (il suo e gli altri nomi sono di fantasia), ragazza di 23 anni e studentessa di Lingue orientali a Pisa. «La mia prima relazione, a 17 anni, è stata con una ragazza. Siamo state insieme tre anni. Poi, quando ho iniziato a essere incuriosita anche dai maschi l’ho lasciata. Volevo capire meglio cosa mi piaceva davvero», racconta. «È stato doloroso, ma dovevo farlo».
«Le ragazze spesso mi costringono dentro un ruolo che non riconosco mio», dice invece Matteo, 25 anni, studente di Antropologia a Bologna. «Ma è la cultura mediterranea. E se sei ragazza devi fare quella fragile che si fa consolare». Racconta di aver avuto una relazione con una donna, durata due anni e mezzo. E prima di lei una storia lunga altrettanto con un maschio. 
Eleonora Caruso è una giovane scrittrice. Ha 27 anni e un primo romanzo pubblicato nel 2012. Intitolato Comunque vada non importa (Indiana editore) racconta di una generazione che oscilla tra la paura di non realizzare le aspettative di genitori sempre più esigenti e la tentazione di rinchiudersi nella propria stanza, e parlare al mondo solo con i social network. Mara e Michele sono parte della realtà che Eleonora ha osservato. «È stato normale per me descrivere ragazzi senza una sessualità definita, e relazioni con entrambi i sessi. Perché è quello che vedo attorno a me. Molti adulti, leggendo il libro si sono detti davvero colpiti dalla, dicevano, “varietà di preferenze sessuali” descritte», racconta. «Ho faticato un po’ a capire cosa li stupisse tanto. Io non do per scontato di essere attratta solo dai maschi».
Mara, Michele, Eleonora. C’è una generazione di ragazzi, quelli che oggi hanno tra i 14 e i 25 anni circa, per cui l’identità sessuale non è cosa scontata. E la scelta è frutto di una ricerca lunga e meditata, durante la quale si sperimenta la bisessualità. O meglio, un’identità «diffusa» e «non definita», come la definisce Gustavo Pietropolli Charmet, psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano e autore del recente La paura di essere brutti (Cortina editore) dedicato al rapporto degli adolescenti con il proprio corpo.
La bisessualità è una ricerca
«I maschi spesso si femminilizzano, giocano con le componenti femminili del proprio carattere come l’attenzione alla relazione, l’intimità dei rapporti, la confidenza», spiega Charmet. «Le ragazze invece si mascolinizzano, e sperimentano la competizione, lo sport, coltivano molte più amicizie maschili». L’immagine esterna - abiti, capelli e portamento - asseconda le sensazioni interiori. Ma il “fenomeno”, apparso solo negli ultimi anni, non centra nulla né con l’omosessualità, né con i cosiddetti metrosexual.
«Alla base di questo non c’è un “problema” sessuale. È parte dell’adolescenza (che si allunga fino alla giovinezza, la fase che segue l’adolescenza), un viaggio per definire i propri valori autentici». Ed è parte della cultura dominante oggi. «I ragazzi vivono una forte spinta ad essere se stessi, e quindi sono molto scrupolosi nel definire i propri talenti, le proprie vocazioni. E quindi l’adolescente si comporta di conseguenza: mi avete detto che devo essere me stesso, e allora io esploro tutte le voci contrastanti che sento dentro. Sono valori educativi che circolano tra tutte le classi sociali. Forse non nei piccoli paesi di provincia, non dove restano ampie aree omofobiche, certo».
Cosa cercano i ragazzi
«Quando sperimento una relazione con una ragazza o un ragazzo, non cerco tanto chi sono io. Cerco soprattutto il ruolo che posso avere dentro la relazione». Ad ascoltare Mara e gli altri, l’elemento centrale della ricerca pare proprio questo. Quale tipo di donna o di uomo essere.
«Quando stai con una persona bisex c’è più apertura mentale, non sei costretta dentro un ruolo», spiega Martina, 24 anni, compagna di studi di Mara all’Università di Pisa. «Sono stata con un ragazzo che mi diceva: “Non posso farmi vedere debole da te, sono un uomo”. Non lo voglio l’uomo forte che mi porta la spesa. Mi irrita», continua. «Quando stai con un bisex, uomo o donna che sia, invece, c’è apertura sentimentale, voglia di sperimentare in tutto. Le novità non fanno paura e non è strano che le ragazze prendano il comando, anche in un rapporto sessuale. Se lo fai con un maschio etero passi per troia».
«Appena inizio una nuova storia dico sempre che sono bisex», dice invece Matteo. «L’ultima ragazza è andata in crisi. Si sentiva inadeguata. Le ragazze non capiscono più come comportarsi perché pensano di perdere il potere di ricattabilità, quello della notte in bianco, il vecchio “metodo della mamma”. Ma è un’illusione. Se sto con te, anche se sono bisex, non vuol dire che tu non mi possa soddisfare pienamente. È il dedalo delle logiche eterosessuali che io rifiuto. Perché cerco equilibrio, e parità completa».
«Vorrei trovare una persona non vincolata da questi schemi sociali, che mi permetta di essere libera dentro la relazione», aggiunge Mara.
Un punto di cui è consapevole anche Charmet. «I ragazzi devono scegliere i valori della propria identità di genere: che tipo di maschio o di femmina vogliono essere. E per un po’ restano in sospeso, in un’identità diffusa».
«Siamo convinti che i valori di riferimento dell’identità sessuata sono il traguardo di arrivo di un lungo percorso, che inizia con il processo di mentalizzazione del nuovo corpo sessuato. Una delle esperienze più complicate. In adolescenza hai una nuova corporeità, con caratteri sessuali ben definiti. Il ragazzino di fronte a questo dice: ora sono definitivamente maschio e femmina: ma su questo campo deve lavorare mentalmente per capire come usare il nuovo corpo, sceglierne il significato etico e sessuale: come spenderlo sul piano affettivo, sessuale».
I timori dei genitori
I ragazzi, dice Charmet, non ne fanno certo un problema. La bisessualità è vissuta come un vantaggio, perché permette di avere uno spettro più ampio di relazioni ed esperienze, e spesso si passa anche per coraggiosi agli occhi degli altri», spiega lo psicoterapeuta. Piuttosto sono i genitori, a preoccuparsi. «Il dibattito recente spesso genera domande come questa: “Li dobbiamo curare?” Ma sono discussioni di retroguardia. Le nuove generazioni sono molto democratiche, è condivisa l’idea che ognuno fa i fatti suoi, non ci sono rappresaglie. Gli amici criticano i sotterfugi non raccontati, la mancanza di sincerità. Ma condividono tutti la forte spinta ad essere soggetti della propria vita, anche in ambito sessuale».
Ai genitori, Charmet, suggerisce di andarci cauti e di non intromettersi troppo. «L’adolescenza è un viaggio verso al verità, in cui si rompono i legami, si contestano dipendenze, si cerca di scoprire chi si è davvero. Le decisioni a questa età sono ballerine. E ai genitori raccomando di non intralciare troppo con la ricerca dei ragazziOggi Internet offre maggiore accesso a stimoli diversi: più possibilità di esperienza, anche di pornografia online. I ragazzi si chiedono: il corpo di una donna, o di un uomo mi eccita o mi disgusta? Fanno le prove per decidere. Ma a quell’età sono tanti gli stimoli che possono eccitare».
L’amore
Cosa si cerca? Per Matteo l’obiettivo è «una relazione simbiotica, dentro cui crescere». Una relazione che può diventare per tutta la vita? «Ma certo, è per questo che è così complicato. L’amore, è questo che cerchiamo. Mi arrabbio quando la gente mi chiede: “Ma i bisex sono capaci di amare?”. Ma perché, voi etero siete forse capaci di amare?».
«Finché resta un problema solo sessuale, è un pasticcio», dice Charmet. «Resta difficile decidere cosa piace e cosa no. La scelta si fa solo quando ci si innamora. Quando la sessualità non è più solo esercizio ginnico o semplice ricerca dell’orgasmo, ma coinvolge anche l’apparato mentale». E la ricerca si chiude quando diventa un problema del modo in cui amare. «Quando i ragazzi scoprono di poter dire: sto bene dentro questa relazione, mi sento a casa mia. Quando decidono di presentare ai genitori il ragazzo con cui escono. Lo fanno solo quando si innamorano perché vogliono presentare il loro modo di amare e di lasciarsi amare. E se l’esperienza gli rivela che l’amore omosessuale è migliore di quello etero, allora lì si riconoscono omosessuali». A sentire i ragazzi, pare che la ricerca possa durare tutta la vita. E non avere necessariamente risoluzione. «Perché semplicementi smetti di guardare al genere e consideri invece la persona», spiega Matteo.   


Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/bisessualita#ixzz2X7nlmivJ

2 commenti:

  1. Molto interessanti queste testimonianze. Io, da bisex, devo dire però che ho avuto partner eterosessuali che non mi hanno hanno dato affatto problemi di "ruolo" femminile o maschile (erano aperti e paritari in ogni aspetto della relazione, vedi le buste della spesa), e partner invece bisex o omosessuali che si chiudevano nel loro "ruolo" tradizionale.
    Forse è vero che i bisex per forza di cose spesso hanno una mentalità più aperta, ma molto dipende dal carattere e dall'ambiente in cui si cresce.
    Salut!

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    1. grazie Rosalie del tuo intervento e benvenuta

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