lunedì 15 aprile 2013

cara Trieste, quanto sei cara!



Trieste, mista di cultura, razza e religione, bella città, bella e supponente, bella e cara... di prezzo.
Io e la mia dolce metà, giungiamo verso le 11.30 (essendo partiti alle 7.15 dopo un caffè consumato al bar). Lasciamo l'auto ad un parcheggio a pagamento e ci dirigiamo all'hotel situato quasi di fronte alla stazione centrale. La ragazza della reception dai seni prosperosi ('mmazza che bocce!!! Battuta del coniuge colpito da cotanta roba), una volta ritirati voucher e documenti ci consegna un portachiavi da mezzo chilo con attaccata una chiave da dieci grammi. Lasciamo l'unico bagaglio a disposizione nella stanza 304 e ci dirigiamo senza perdere tempo verso piazza Unità d'Italia.
Comincio a fotografare tutto quello che i miei occhi castani recepiscono come interessante, incluso le nuvole. Fa caldo e soffia una brezza costante. Dopo un'ora avverto un languorino. Sostiamo in via San Nicolò davanti a LA TECIA, cucina tipica triestina, birra artigianale da 10 euro e 50, menù stagionale, chiuso la domenica. Entriamo. Ordiniamo due insalatone miste, mezzo vino rosso in caraffa, mezza d'acqua naturale, un caffè, un tiramisù... 35 euro. Però! Prima di andarcene, ci offrono un limoncello che solo mio marito trangugia.
Di nuovo in giro a fare foto, mentre il mio lui filma. Mi chiede, "vuoi un gelato?", "meglio di no, non vorrei pagarlo a rate". Viale che costeggia il porto, porto, chiesa di San Giusto e di nuovo la piazza principale, scopo, trovare delle librerie. Al nostro cospetto si presenta la Mondadori, chiedo di tre scrittrici... Manco una! Non hanno nulla. Allora decidiamo di girare il resto del centro alla ricerca di materiale cartaceo.
Percorriamo corso Italia, via Carducci, via Ghega con un occhio ciascuno alle parallele... Scorgiamo un negozio dall'insegna eloquente, Edizioni Paoline... Che me ne faccio! Vuoi vedere che le restanti librerie sono a ridosso dell'università!?
E' sera, a pochi metri, c'è un bar gestito da cinesi. Io non ho appetito, ordino un tea al limone mentre il maritino degusta un hamburgher con patatine fritte e due birre piccole dal totale modico prezzo di 11.50. All'indomani decidiamo di visitare il museo teatrale Schmdl, fuori notiamo la scritta "ingresso libero" ma una avvenente signora ci dice che è riservato ai triestini, noi non essendo tali, paghiamo.
Il museo mi piace, strumenti, costumi di scena, locandine. Al secondo piano c'è uno sparuto spazio dedicato a Giorgio Strehler. Guardiamo l'orologio, sono quasi le 10. Ci rechiamo al parcheggio. Si torna a casa.
Morale, considerando la prenotazione in albergo incluso la prima colazione fatta il mese prima, pieno benzina, altra benzina (tra andare e tornare sono la bellezza di 700 km), il mangiare, l'acquisto di un souvenir, palle varie (più palle che varie), sono andati via 300 euro e tutto questo in meno di 24 ore dalla nostra permanenza nel capoluogo giuliano. Se fossimo andati a visitare il castello di Miramare, la foiba di Basovizza, il sacrario di Redipuglia, avremmo dovuto come minimo aprire un mutuo... Esagero? Può darsi. Fatto sta che a Trieste, i parcheggi sono tutti a pagamento. Ho visto più azzurro lì che nelle maglie della Nazionale, senza contare che certe attività di sabato sono chiuse... Comunque sia mi ha fatto una buona impressione...Non ho subito brutti incontri... Ed ora basta parlare di Trieste, mi sono rotta

1 commento:

  1. Il Caffè San Marco è un locale storico sito a Trieste, in via Battisti 18. Fondato nel 1914, il locale è celebre per essere sempre stato uno dei principali ritrovi degli intellettuali della città.

    Storia
    I primi anni e la chiusura forzata

    Il 3 gennaio 1914, al pianterreno di un edificio di proprietà delle Assicurazioni Generali, edificato nel 1912, venne inaugurato il Caffè San Marco, allora di proprietà di Marco Lovrinovich, originario di Parenzo. Subito il locale divenne ritrovo di giovani studenti e intellettuali, ma non solo: il caffè, infatti, ospitava giovani irredentisti, e funzionava anche come laboratorio di produzione di passaporti falsi per permettere la fuga in Italia di patrioti antiaustriaci. Per questi motivi, il 23 maggio 1915, un gruppo di soldati dell'esercito austroungarico penetrò all'interno del locale, lo devastò e ne decretò la chiusura permanente. Lovrinovich stesso fu cacciato brutalmente, e in seguito fu incarcerato a Liebenau, in Austria, perché si era causato volontariamente il tracoma con una soluzione batterica, allo scopo di non andare a servire nell'esercito austro-ungarico.

    Anni successivi e riapertura

    Negli anni seguenti, dalla fine della Prima guerra mondiale fino al termine della Seconda, il caffè San Marco giacque in uno stato di abbandono. La svolta arrivò nel secondo dopoguerra, quando, anche per iniziativa delle Assicurazioni Generali, il locale fu al centro di una serie di restauri integrali, sia sulla facciata che nell'interno. L'ultimo restauro del caffè San Marco risale al 1997, e il locale prosegue la sua attività tuttora.

    Il locale oggi

    Oggi il locale ha riaperto con una nuova gestione il 27 ottobre 2013, trasformandosi in caffè, centro culturale e libreria, dopo la gestione delle sorelle Stock, descritte spesso da Claudio Magris, celebre avventore del caffè, e l'ultima di Franco Filippi dal 1997 al 2012. Rispetto al periodo 1914-1915, nell'ultimo periodo il locale proponeva due iniziative nuove: l'organizzazione di mostre di artisti locali e il servizio di ristorante, che lo ha portato a essere citato nella guida del Gambero Rosso. Nel 2005, il Caffè San Marco è stato insignito dell'onorificenza di "locale storico d'Italia".

    Avventori celebri

    Fra gli intellettuali e gli artisti che negli anni hanno frequentato o frequentano ad oggi il Caffè San Marco, si possono ricordare:

    Italo Svevo
    Umberto Saba
    James Joyce
    Giani Stuparich
    Virgilio Giotti
    Claudio Magris
    Giorgio Voghera
    Struttura del locale[modifica | modifica sorgente]
    Sia l'arredamento che le decorazioni estetiche del Caffè San Marco rispondono allo stile della Secessione Viennese, ancora in voga negli anni della fondazione. In particolare, le decorazioni sui soffitti e sulle pareti sono attribuite a vari artisti relativamente celebri, come il pittore secessionista Vito Timmel, anch'egli assiduo frequentatore del caffè. Queste decorazioni riprendono, in particolare, nudi maschili (metafore dei fiumi friulani, giuliani, istriani e dalmati), foglie di caffè e fiori. L'arredamento del locale è, perlopiù, in legno di mogano lavorato. In particolare, si possono notare i tavolini di marmo con sostegno in ghisa, particolari per le loro decorazioni a teste di leoni (simbolo di Venezia), che furono utilizzati dagli austriaci come prova della presenza nel locale di avventori irredentisti italiani.

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